carnevale 2022

Dopo quindici anni, a Cosio D’Arroscia torna Carlevà u dixe

Cari cosiesi, ci avete raccontato bellissime storie dell’antica tradizione del carnevale a Cosio e soprattutto delle “sentenze”, gli sfottò in rima, che potevano raccogliere vere e proprie maldicenze o peccati non noti. Lo scorso ottobre, durante la serata conclusiva di “Trasformatorio in Presentia” a Cosio D’Arroscia, l’artista Dierk Rosen, originario del Brabant famoso per la tradizione del carnevale fiammingo, reintepretava magnificamente proprio “Carlevà un dixe”. Indimenticabile la performance di Dierk, Re Carnevale uomo uccello, vestito di una vera vecchia botte, e che alla fine rivela di essere una donna.
Sabato scorso è rinato il Carnevale cosiese con le donne al balcone che leggono sentenze antiche e nuove e la combustione del carnevale fantoccio in un falò liberatorio. Fabio, il presidente della Pro Loco, ci ha detto che erano quindici anni che non si celebrava il carnevale a Cosio.

Ascoltare i vostri racconti è stato coinvolgente ma partecipare al vostro carnevale una forte emozione. Grazie!

SOUper Summer School Alassio

Secondo incontro, ieri pomeriggio ad Alassio, per la prima edizione di SOU Summer School, il nuovo format estivo della Scuola di Architettura per Bambini di Farm Cultural Park a cura di SOUper l’Associazione no profit nata nell’estate 2020 per diffondere i valori di SOU.
Tre tavoli: tre città, 3 scenari diversi una logica comune. I 23 ragazzi in età tra 7 e 12 anni, hanno dialogato, si sono confrontati, hanno sperimentato attività lavorative, immaginato soluzioni per superare situazioni difficili e complesse e risolvere problemi. Ascolto, collaborazione, condivisione e tutti insieme abbiamo imparato giocando.

Seduti al cerchio finale, dopo quasi tre ore intense in cui venivano giocate su tre tavoli le città dei rifiuti, dell’energia e del cibo i bambini hanno espresso l’idea che avessero imparato qualcosa del vivere. L’etimologia del termine economia, l’arte di condurre la casa, il luogo dove si vive assieme.

Le Grand Jeu www.legrandjeu.net e’ un gioco nato dalla collaborazione tra Federico Bonelli filosofo/artista e Raffaella Rovida ingegnere/designer che discutevano animatamente di democrazia, permacultura ed economia alternativa. Lo scopo del gioco e’ la ricerca di narrative positive basate sul concetto “pensiero globale, azione locale”.
Il gioco consiste di alcuni pezzi di base sui quali e’ possibile costruire qualsiasi tipo di attivita’, societa’ ed economia. Le regole del gioco sono ampie e semplici allo stesso tempo consentendo molta liberta’ creativa ai giocatori i quali costruiscono giocando il loro mondo, le loro dinamiche e le loro stesse regole di vittoria.

Su una piattaforma a griglia triangolare (la città’) i giocatori disporranno i loro triangolini (la loro terra) sulla quale potranno costruire e sviluppare le loro attivita’ (modellandole con il dido’). Ogni turno le varie attivita’ produranno/useranno delle risorse (i bianchi) e produranno/useranno degli scarti (i grigi) mentre i giocatori potranno decidere come competere o collaborare tra di loro e con le altre citta’. Ma attenzione le situazioni cambiano e le citta’ devono essere pronte a reagire!

Con Federico Bonelli, Eleonora De Vecchi, Caterina Sacone, Cristina Vignone e SOUper www.sou-schools.com

Mongolia

letture e musiche

Quando più di dieci anni fa decisi di fare il mio primo viaggio da sola, avrei voluto andare in Mongolia. In quel periodo e fino al duemiladiciannove, lavoravo da marzo a ottobre sette su sette e non si può camminare sulla terra di Gengis Khan a novembre. Così cominciai a pensare, leggere e immaginare la Patagonia. Ma il l’america latina non fa per me, come risultò qualche anno dopo quando fui costretta, pochi giorni dopo l’arrivo in Perù, a riprendere un volo da Lima per rientrare a casa acciaccata.

Così l’autunno 2010 partii per il Nepal. Esperienza bellissima per i luoghi, le persone incontrate, i compagni di viaggio e per l’inizio di un nuovo viaggio interiore e la scoperta di sintonie ad oriente.
La Mongolia è ancora il sogno.

Latte e terra. L’odore della Mongolia è fatto delle cose che danno la vita, e un viaggio in questa regione nel cuore dell’Asia è in grado di restituirci una fotografia antica di noi stessi, quando, agli albori della nostra umanità, nomadi ci spostavamo per adattare le nostre esistenze ai cicli stagionali. Ancora non c’era separazione con la natura, e i confini tra la vita e la morte, l’umano e il divino, erano difficili da distinguere, così come il cielo e la terra, nello sconfinato orizzonte delle steppe. E’ in questo spazio senza tempo, dove l’essenza del nostro essere al mondo si staglia nitida, che ci conduce il libro di Federico Pistone, un diario di viaggio che avvince e si legge come un romanzo, emozionante, perchè racconta non solo le storie, le abitudini e la vita quotidiana di un popolo abituato da oltre cinquemila anni a vivere nelle tende sfidando inverni che arrivano a cinquanta gradi sottozero, ma ne cattura anche i sogni, le credenze, i misteri.”

dalla Prefazione di Sveva Sagramola al libro di Federico Pistone “Il leopardo e lo sciamano”. Sperling & Kupfer

ascolta —> https://t.me/sovrapposizioni/12

incursione di rabbia e follia

L’ultimo messaggio, a dicembre, sulla sfida che l’Italia deve ora affrontare, quella del Recovery Fund. “La sostenibilità del debito pubblico in un certo Paese sarà giudicata sulla base della crescita e quindi anche di come verranno spese le risorse di Next Generation Eu”, una frase accompagnata da un monito ai Paesi sull’utilizzo delle risorse: “Se saranno sprecate il debito alla fine diventerà insostenibile perché i progetti finanziati non produrranno crescita”. Sono dichiarazioni di Draghi riportate sull’Ansa oggi in attesa che supermario salga al colle alle 12.

sovrapposizioni #1.5

Ishmael scelse un nuovo rametto dal mucchio alla sua destra, lo esaminò
e cominciò a mordicchiarlo scrutandomi languidamente. Alla fine disse: —
Basandoti sulla mia storia, secondo te quale potrebbe essere il soggetto del
mio insegnamento?
Io battei le palpebre e risposi che non lo sapevo.
— Ma sì che lo sai. Il mio soggetto è la prigionia.
— La prigionia.
— Esatto.
Restai in silenzio per qualche secondo, poi ribattei: — Sto cercando di
capire che cosa c’entra con la salvezza del mondo.
Ishmael rifletté per un attimo. — Tra la gente della tua cultura, chi è che
desidera distruggere il mondo?
— Chi desidera distruggerlo? Per quel che ne so, nessuno.
— Eppure lo state distruggendo tutti, dal primo all’ultimo. Tutti voi contribuite ogni giorno alla distruzione del mondo.
— È vero.
— E allora perché non vi fermate?
Scrollai le spalle. — Francamente, non sapremmo come fare.

Daniel Quinn, Ishmael. 1992

Quinta puntata

sovrapposizioni #2 La vita sociale degli alberi.

L’interpretazione più radicale delle scoperte di Suzanne Simard è che una foresta si comporta “come fosse un singolo organismo”. Alcuni ricercatori hanno suggerito che la cooperazione all’interno di una specie o tra specie diverse può svilupparsi se aiuta una popolazione a superarne un’altra, per esempio facendo sopravvivere una comunità forestale altruista ad una egoista.

Tutto è connesso. I racconti di molti gruppi aborigeni dicono che tutte le specie delle foreste sono collegate, e alcuni parlano di reti sotterranee.

“Non esistono gli individui, non esistono neppure le specie separate. Tutto quello che è nella foresta è la foresta“. Richard Powers, Sussurro del mondo 2019

Ferris Jabr, The New York magazine, Stati Uniti.

Internazionale 18/22 dicembre 2020

Radio Antidoto 4 gennaio 2021. Buon ascolto

Grazie a Yara Mekawei e ad Hansko per la musica e grazie a Federico Bonelli per l’acquerello.

sovrapposizioni #1.1 Ishmael

E’ il 29 dicembre, tardo pomeriggio, arrivo a casa e mentre sono in attesa di una telefonata, comincio a leggere un libro che avevo ricevuto proprio quello stesso giorno con questa presentazione: “la storia della Genesi dev’essere ribaltata. Per prima cosa, Caino deve smettere di uccidere Abele. Questo è essenziale se volete sopravvivere. I Lascia sono, per il mondo, la più importante specie in via di estinzione… non perché siano esseri umani, ma perché soltanto loro possono dimostrare ai distruttori del mondo che non esiste un unico modo giusto di vivere. E subito dopo, ovviamente, dovete sputare il frutto dell’albero proibito. Dovete rigettare, definitivamente e senza remore, l’idea che voi sappiate chi deve vivere e chi deve morire su questo pianeta”. Le pagine scorrevano via veloci, non riuscivo a staccarmi e così invece di cenare ho aperto il frigo, preso qualcosa a caso che non ricordo, posticipato la telefonata al giorno dopo e ho continuato a leggere fino alla fine del libro. E’ mezzanotte passata quando vado a dormire.

La sera successiva, mentre Zorro stava trasmettendo musica e dialoghi e suoni, ho ripreso il libro e ricominciato fin dall’inizio a leggere a voce alta registrando la mia voce sovrapposta alla trasmissione di Zorro.

“MAESTRO cerca allievo. Si richiede un sincero desiderio di salvare il mondo. Presentarsi di persona”. Daniel Quinn, Ishmael. 1992

Prima puntata

Fredd

Zingarofilia 3. La memoria.

Contaminazione e resilienza sono le parole chiave della puntata di domenica 15 novembre 2020.

Terza puntata. Di Emanuela Miconi

Lo sterminio dimenticato
“Kai jas ame, Romale?” (dove ci portano uomini?).
La domanda risuonava a mezza voce, saliva a galla dai pensieri taciuti, in mezzo a quegli uomini, che con le loro donne, i loro bambini e i loro vecchi venivano caricati come bestie sui vagoni dei treni destinati ad Auschwitz; “ tre o quattro carri di zingari per ogni convoglio di ebrei” secondo i dettami dell’efficientissimo Adolf Eichmann.
Nei campi di sterminio nazisti moriranno quasi undici milioni di persone, questa catastrofe passerà alla Storia e alla memoria dell’Occidente con il nome voluto dagli ebrei a ricordo perenne di quei sei milioni periti nelle camere a gas. Shoah significa distruzione, sciagura improvvisa, rovina, desolazione, luogo senza vita; denota un disastro di dimensioni cosmiche e include, nella sua area semantica, accezioni come buio, desolazione totale, vuoto assoluto, morte; un termine atto, quindi, a buona ragione, a rappresentare quel senso di non-vita e di anti-umano di cui si è
connotata la furia nazista.
I Rom chiameranno la loro tragedia, annegata per decenni nel mare magnum del silenzio colpevole dell’Occidente, Baro Porrajmos, il grande divoramento; se Shoah allude a una catastrofe immane, senza precedenti, il Porrajmos degli zingari ci trasmette la violenza con cui la strage fu perpetrata; divorare non significa solo inghiottire e far scomparire
nel nulla tutto ciò che poco prima era presente e vitale ai nostri occhi ma porta con sé il senso della distruzione e dell’annientamento riscontrabile solo nella belva feroce che si avventa sulla propria vittima.
Nella cultura rom, dei morti non si parla e, a maggior ragione quindi, quei cinquecentomila non possono che apparirci straziati e “divorati” dalla lucida furia omicida con cui è stata pianificata e messa in atto, nei suoi minimi e folli particolari, la “soluzione finale” che, ancora una volta, ha visto zingari ed ebrei, i”popoli senza stato”, annientati in nome di una codificata devianza genetica.
Gli zingari, troppo “ariani” per la loro provenienza geografica, a movente della persecuzione si è identificato in loro il presunto gene del Wandertrieb, l’istinto al nomadismo: teorizzazione quindi di una presunta degenerazione razziale, tesa a fornire il movente e la giustificazione di una repressione e del conseguente progetto di eliminazione.
Dapprima costretti a diversificate forme di ghettizzazione sociale e studiati e indagati come animali da laboratorio dai solerti scienziati del Reich, poi concentrati in campi di transito come quello solo oggi indicato da un monumento e una lapide nella turistica Camargue nei pressi di Salier, in seguito i rom vennero deportati in massa nei campi di sterminio
nazisti.
La conferenza di Wannsee nel Gennaio 1942, aveva sancito anche per loro, come per gli ebrei, la Endlὃsung, la “soluzione finale”, allo scopo di rendere la nazione tedesca definitivamente Juden (e Zigeuner) rein, “ripulita” dalla
presenza ebraica e bonificata dalla “piaga zingara”.
Dei 23.000 rom di Auschwitz, all’ultimo appello, risposero in……quattro! Si era a pochi giorni dalla liberazione del campo ad opera delle truppe sovietiche, quel 27 Gennaio 1945, data poi prescelta dal governo italiano nell’istituzione di un Giorno della memoria.
Anche gli zingari, insieme a milioni di altri esseri umani, si mutarono nelle Rauchseelen (le anime di fumo) levatesi dai camini di Auschwitz e disperse nel vento, ma di loro nessuna traccia pare esser rimasta: nessun oggetto ricorda la loro presenza nei Lager, nessuna memoria racconta del loro annientamento; solo grazie alla fortuita scoperta di un registro dello Zigeunerlager, sappiamo oggi della loro deportazione ma nessun testimone del popolo rom venne invitato al processo di Norimberga: si è dovuto attendere il 1994 per assistere, presso la sede dell’Holocaust Museum
di Washinghton, alla prima commemorazione delle vittime zingare del nazismo.
La notte tra il 3 e i 4 di agosto del 1944 viene ricordata come la Zigeunernacht: circa tremila rom presenti ad Auschwitz Birkenau vennero rastrellati e inviati, nel giro di poche ore, alle camere a gas del campo; eppure nemmeno in quell’occasione gli assassini riuscirono a piegare il piccolo popolo-resistenza, che fino alla fine lottò con forza per la
propria sopravvivenza, seppur nelle condizioni inumane del Lager.
Di quei loro morti nessuno più vorrà parlare: nella cultura rom ricordare i defunti equivale a ritardare, quando non impedire, il loro trapasso a una dimensione spirituale più elevata nelle gerarchie dell’Essere: è questa a mio avviso la testimonianza di una capacità di resilienza straordinaria che permette loro di non crogiolarsi nei rimpianti della memoria e del dolore, ma di consentire alla vita di continuare a fiorire e a rinascere dalla morte.
Ecco quanto di più importante i miei amici rom mi hanno insegnato: ho capito che la morte non è solo distacco, perdita e nostalgia ma soprattutto è metamorfosi e continuità: chi se ne è andato ci ha lasciato in eredità la sua
esistenza, una vita intera che siamo chiamati a vivere e ad amplificare nella nostra, destinata a sua volta a chi verrà dopo di noi.
In tal senso allora il fine del Giorno della Memoria potrà essere uno solo: fare nostra la morte di quei milioni di esseri annientati in uno dei momenti più oscuri e sconcertanti della nostra civiltà, arricchire della loro che è stata, la nostra esistenza che ancora sarà; affinché mai più, nel “mondo che verrà” (Olam Ba, lo chiamano gli ebrei), anche un solo singolo uomo, per la sua fede, il colore della sua pelle, le sue idee, la sua cultura possa essere ancora fatto oggetto di una “soluzione finale”.
Per questo, forse, ogni commemorazione funebre tra i Rom si conclude con le parole “Nais tu Devla”: grazie, Dio! Come Francesco: laudato sii, o mio Signore per nostra sora Morte…….nessuno di noi, in fondo, è così diverso e
lontano, ai quattro angoli di questo piccolo-grande mondo, dai suoi Fratelli…..come troppo spesso invece si vuol far credere!


Nais tu Devla,….. tanto tempo fa ormai, mi suggerì il testo di una canzone per Negrita, non se ne è fatto più nulla, volentieri lo regalo ai musicisti che mi leggeranno.


Nais tu Devla,
sulle navi negriere che portano gli africani di ieri nel mondo di oggi
Nais tu Devla,
sulle schiene curve nei campi del cotone
Nais tu Devla,
sull’Africa di domani e l’Occidente che sarà.
Grazie Dio,
per i Lager di tutti i tempi
in tutti i luoghi della Terra
per ebrei e zingari
oppositori e dissidenti
pazzi e omosessuali
comunisti, musulmani e partigiani
dissolti e cancellati
nel silenzio che non tace.
Grazie Dio,
per l’urlo di Hiroshima
per il cielo viola di Kabul e i suoi giocattoli di morte
per le milleduecento notti di Sarajevo e i fuochi delle sue finestre
per le donne di Bagdad, gli uomini di Israele e i bambini di Ramallah
per Elvira, per Mehmed e per Margota
nonostante tutto
Nais Tu Devla,
grazie Dio.

A tutti, dal più profondo del cuore, Taves Baxtalè.

Manu