Rigonia #9 – Rigonia sogna: Doppio sogno

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Aprendo gli occhi, realizzo di essermi appisolato a letto. Un letto molto grande e molto comodo. Sento un telefono squillare. Istintivamente, sollevo la cornetta. Una voce, all’altro capo, mentre io sto ancora cercando di realizzare dove mi trovi, mi dice «Appuntamento a mezzanotte, puntuale. Indossa il completo nell’armadio» e poi riaggancia. Senza un ciao, un buonasera. Senza poter chiedere di chi fosse, all’altro capo, quella voce femminile così elegante e decisa. Riaggancio. Io non ho un telefono in camera. Non possiedo nemmeno più un telefono fisso. Non sono a casa mia. Forse non è nemmeno Torino. Da fuori arriva un curioso rumore di delicato sciabordio e un leggero odore di umidità, e… di sale? Può darsi che io sia. Mi alzo abbastanza velocemente e mi affaccio alla finestra. È buio. È sera. È Venezia. C’è un brusio di persone molto eleganti che passano proprio sotto all’edificio dove mi trovo, e che chiacchierano tra di loro. Una folla educata che riesce a fare rumore senza disturbare nessuno. Cosa ci faccio, qui? Come ci sono arrivato? La stanza è molto grande, e bella. È una stanza di albergo. Una grossa stanza, che comprende una camera da letto ma anche un elegante e piccolo soggiorno. Su un tavolino basso, di vetro, davanti a due poltrone dalle fodere color panna, ci sono due flute, con unghia di spumante avanzato. Guardo l’ora: sono le nove e mezza di sera, minuto più, minuto meno. Mi faccio una doccia, perché mi sento ancora addosso la stanchezza. Ho bisogno di schiarirmi le idee, ho bisogno di orientarmi, ho bisogno di riprendere il controllo della situazione. Ricordo di un appuntamento, di una persona importante da visitare. Ricordo un viaggio in aereo. Ricordo degli occhi femminili, un abito da sera. Ricordo un viaggio attraverso l’amore e i rumori di una fitta foresta equatoriale. L’acqua calda aiuta a distendermi. Vorrei non uscire di qui. Le creme da bagno dell’albergo hanno un bell’odore, molto elegante. Spero che io non debba pagarmi questo benessere. Non me lo sono mai potuto permettere. Quando esco dalla doccia, mi dirigo verso l’armadio. Dovrebbero esserci i miei vestiti. C’è un bellissimo completo scuro da sera, una camicia bianca, una cravatta slim, con una leggera iridescenza. Calzini, scarpe, cintura. E un oggetto che non mi aspettavo: un’imbragatura, con la fondina di una pistola. Tiro fuori i vestiti, la pistola la lascio lì. Mi vesto con calma, che tanto c’è tempo. Nella tasca interna della giacca c’è un portatessere. Dentro c’è una carta di credito e un curioso biglietto da visita amaranto, con un cerchio nero al centro, e dentro al cerchio un altro più piccolo, bianco. E nient’altro. Anche nelle tasche dei pantaloni trovo qualcosa. In una c’è una piccola chiave, che non credo sia quella della stanza, a cui è agganciato, con un piccolo anellino, un oggetto di argento, che assomiglia a un flauto, o un cannocchiale, non lo capisco bene neppure. Nell’altra tasca c’è un foglietto di carta, con un messaggio stampato in carattere garamond, molto essenziale, elegante: “Prendi anche la pistola” dice. Lo guardo un po’ perplesso. Chiunque abbia architettato questa sceneggiata deve conoscermi molto bene. D’accordo, allora: prendiamo anche la pistola. Mi tolgo la giacca e mi allaccio l’imbracatura con la fondina sopra la camicia. Poi indosso la giacca. È tutto su misura, e calza a pennello. Anche l’imbragatura è comoda, non la sento nemmeno addosso. Metto la mano dentro la giacca e impugno l’arma. La estraggo. La osservo. Pensavo che mi sarei trovato a disagio a tenerla in mano, e invece nulla, anzi. L’arma è ben bilanciata, comoda. È carica, la sicura inserita. Mi sento più tranquillo. Sono le dieci e un quarto. È arrivato il momento di scendere.

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La signorina all’accoglienza dell’albergo è davvero molto bella e ben vestita. Avvicinandomi a letto, spero sempre più intensamente a non dover ritrovarmi a pagare la permanenza in albergo. Lei non fa una piega, mi sfodera un sorriso scintillante e bellissimo, e con una voce elegante e cordialissima mi dice che sono arrivato in perfetto orario, e che il mio trasporto è arrivato per prelevarmi proprio in questo momento. Mi chiede la chiave dell’albergo e mi augura una buona serata. Io cerco di mostrarmi il più disinvolto possibile, mentre sento il calcio della pistola appoggiato dolcemente alle costole e mi dirigo verso l’uscita col passo meno affrettato che posso. Allontanandomi, sento la ragazza rivolgersi a qualcun altro in una lingua che sembrerebbe giapponese. A un passo dalla porta, mi accorgo di qualcos’altro che sbatte sul mio petto, dentro la giacca. Mi ficco una mano in tasca. È un pacchetto di sigarette. Una benedizione dal cielo. È già aperto. Dentro c’è una sigaretta capovolta. Faccio per prendere proprio quella, un po’ incuriosito. E una voce vicino a me, con molta gentilezza mi dice: «No, signore. Quella è per dopo». Mi volto e vedo un personaggio distinto, vestito anche lui in modo molto elegante, molto curato anche nell’aspetto. Mi porge un accendino, e mi dice: prego. Io afferro una delle sigarette “normali” del pacchetto, e mi accendo la sigaretta. Dopo di che richiude il coperchio dell’accendino. «È suo» mi fa «Le servirà poi». In effetti non ho accendini con me. Poi mi dice: «Andiamo?» e mi fa cenno di seguirlo. Continuo a far finta che sia tutto perfettamente normale. Faccio un tiro, chiudo gli occhi, lascio che il fumo mi rovini i polmoni e mi schianti la pressione. Mi godo il sapore del tabacco nel naso e nella gola. Mi aiuta a riacquistare un po’ il controllo della situazione. Dopo la doccia era passata poco più di una mezzoretta, e di nuovo avevo perso la cognizione di quanto mi stesse accadendo. «Non si preoccupi se si sente un po’ spaesato?» mi dice l’uomo «È assolutamente normale. Era previsto». Ho già detto che quest’uomo parla un perfetto francese, e che io lo capisco altrettanto perfettamente, e sono in grado di rispondergli? «Il mio nome è Richard, monsieur. Sono qui per accompagnarla al suo appuntamento. Se lei è pronto, possiamo partire». Ha degli occhi neri molto intensi, un accenno di barba scura, un fisico slanciato. Un uomo bellissimo, dall’aria sicura. Giovane, ma non giovanissimo. Più giovane di me? Non più di tanto. Mi volto per guardare le persone che vanno e vengono. Questa calle è parecchio affolata, ma le persone hanno tutte un’aria altolocata: ben vestiti, ben educati, bel portamento. Ma dove cazzo sono finito? «Andiamo?» mi dice Richard, e mi invita a salire in gondola. Continuo a pretendere che vada tutto bene. Salgo a bordo, mi siedo. Mi accendo la seconda sigaretta. La prima è di assestamento. La seconda è per darmi un tono. Richard mi guarda con un sorriso brillante. Ma ci sta provando con me? Afferra il remo, sospinge la barca verso il centro del canale, e comincia a remare. Condurre una gondola sembrerebbe una cosa faticosa, ma evidentemente Richard è una persona ben allenata, perché non sembra fare alcuno sforzo. Il parecio è comodo, il canon è acceso e illumina il nostro percorso. Non ho idea di dove stia andando.

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Una parte di me si trova perfettamente a proprio agio nella situazione. Una parte di me che, in tutta onestà, non conoscevo. Si guarda attorno, osserva, con molta calma ma anche con molta attenzione. Si gode il panorama e assieme ne tiene traccia. Non conosco Venezia, non so dove stiamo andando, non mi sembra che ci troviamo ad attraversare nessuno dei più acclamati percorsi turistici. Mi sembra invece che il viaggio sia dentro il labirinto che è Venezia, la città delle poesie e del mistero. Le città degli intrighi. Lungo le calle, dove ci sono i passeggiamenti, comincio a vedere le prime maschere. Suggestive, inquietanti. Le mura verticali celano e proteggono i pensieri di questi uomini e queste donne che sembrano più fantasmi che persone, che sembrano più spiriti che umani, che sembrano partecipare a un intrico di vicende e di macchinazioni troppo elaborato per essere del tutto afferrato. Mi lascio trasportare dalla magia, e dal silenzio. È una serata tranquilla e il cielo è limpido. Richard rema con decisione e dolcezza, sa esattamente quello che deve fare e come farlo. Comincio a sentire una leggera eccitazione, un formicolio, la consapevolezza di essere entrato dentro un disegno molto più grande di me. Un’avventura. Il pericolo non mi spaventa più, anzi, un poco lo desiderio. Senza pericolo, sento che questa serata non potrà dirsi completa. Senza pericolo, sento che questo viaggio strano, questa sensazione persistente di deja vu, andrà sprecata. Dev’esserci il pericolo, dev’esserci, anzi, un attraversamento. Non so cosa voglia dire, ma so che c’entra con dei ricordi un po’ vaghi, di un automobile che sfreccia lungo un’autostrada deserta, e i colpi di un fucile che rimbombano nel silenzio. Chi sono io? Forse una maschera? Forse la persona che ho visto allo specchio, qualche decina di minuto fa, è anch’essa un inganno, una proiezione? Cosa devo farmene della pistola che porto con me? Chi è che si sta prendendo la briga di coinvolgere in questa trama? È un gioco di ruolo? L’ho organizzato io stesso? È una qualche forma di intrattenimento mondano? La pistola sparerà veramente? Una parte di me dice di sì, e non so proprio come faccia a saperlo. La gondola si appoggia delicatamente al bordo di una calle. Richard, come un grosso felino, balza fuori dalla barca. Delicato, fulmineo. Mi porge la mano, io mi alzo, mi lascio accompagnare fuori, poggio un passo sul marciapiede. Sento il corpo che si era già abituato al beccheggio. Richard si occupa di assicurare la gondola a un palo che sprofonda nell’acqua. Io ne approfitto per accendermi un’altra sigaretta. Poi, con i suoi modi affabili, Richard mi invita a seguirlo. Questa sua eleganza, questa sua precisione, adesso mi ha un po’ rotto il cazzo. Mi sta venendo voglia di sparargli, a Richard.

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Il mio impeccabile accompagnatore mi lascia d’innanzi all’ingresso di un edificio dall’aria molto distinta e antica. Bussa due colpi, e una porta si apre. Resta aperta a poco meno della metà. Dentro c’è una persona, avvolta nell’ombra. Non la riesco a distinguere. «Tessera», mi dice. Io sono preso dall’inquadrare la sua figura, e allora lui è costretto a ripetere: «Tessera!» tradendo una certa impazienza. Io mi risveglio dalla mia trance, e sfoderando un sorriso mi ficco la mano dentro la giacca e tiro fuori il biglietto da visita amaranto. Lui lo prende. Lo guarda, poi guarda Richard: «È lui» dice, e mi fa entrare. Mi volto verso Richard, che entra con me. Mi fa il suo solito sorriso gentile e accomodante, e comincio a pensare che Richard non esista affatto, che non esistono persone così addestrate al garbo. Non faccio in tempo a dirlo che, da un secondo all’altro, Richard lo perdo di vista. E mi ritrovo in questo grande palazzo da solo. L’edificio è antico, senz’altro. L’uomo che mi ha fatto entrare veste in nero e non ha una bella faccia. Non ha l’aria sorridente e sembra prodotto con gli avanzi genetici di quello che è stato usato per fabbricare Richard. Sarà per questa ragione che un po’ mi sta simpatico. Il soffito è molto alto, le pareti sono affrescate di disegni che scorgo a fatica. Dall’alto calano eleganti lampadari di cristallo accesi per l’occasione. L’uomo mi passa davanti e mi dice «Da questa parte». Ha dei modi frettolosi che fanno un po’ pena. Che fretta dovrebbe averci, non lo so. Forse sta arrivando parecchia gente, forse gli scoccia servire il prossimo – o forse la sua mamma l’ha fatto così. Percorriamo a metà un lungo corridoio, e poi all’improvviso si ferma, e fa un passo verso destra, all’altezza di una grande specchiera. con una mano guanta, spinge con molta precisione e rapidità la superficie del vetro, e quella fa un dolce scattino, e si apre come se accompagnata da una molla. «Prego» mi dice. Mi porge un oggetto. Una maschera. Lo guardo perplesso. «La indossi» mi dice. Non ci posso credere. Sta succedendo veramente. Indosso la maschera. «Da questa parte» mi dice, e attraverso la soglia della porta dietro lo specchio. Una volta entrato, la porta si richiude alle mie spalle. La scena cambia sensibilmente. Cos’è quel posto, dove mi trovo? In cosa sono andato a cacciarmi? Un grande salone delle feste, di quelli che non pensavo che avrei mai visto utilizzato per i suoi antichi scopi, gremito di persone, tutte rigorosamente mascherate, tutte in abito di gala. Ci sono divanetti di velluto, tavole a cui farsi riempire il bicchiere, musica a tutto volume – e uomini e donne, giovani, belli, mascherati, e senza vestiti.

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Una ragazza mi prende sotto braccio, dal lato della pistola. Non fa una piega. Indossa solo lingerie – e la maschera. Mi saluta, mi dice che lui mi sta aspettando. Dalle fessure degli occhi ci sono degli occhi verdi che scintillano. Le sue labbra sono morbide e i suoi capelli e la sua pelle sono profumati. Mi sento a disagio. Mi sento degli occhi puntati addosso. C’è della gente, tra gli ospiti della serata, che non sembrano contenti di vedermi con lei. Dev’essere una donna dai molti amanti, dev’essere una situazione fastidiosa, per chi magari ti rincorre e ti brama, vederti a contatto con uno sconosciuto, con questa naturalezza, con questa disinvoltura, con questo desiderio. Mi parla a pochi centrimetri dal viso. Mi sussura. Mi dice che la serata non poteva iniziare veramente senza di me, ma che ero in anticipo, che l’appuntamento era per la mezzanotte. Lei è la voce che mi parlava al telefono. La riconosco. Sorrido tra me e me pensando che magari, quando ci eravamo parlati la prima volta, lei portava la stessa mise: tacchi a spillo, mutandine e reggiseno neri, e la maschera? Sì, anche la maschera. «Vedo che stai cominciando ad ambientarti» mi dice divertita. E io mi irrigidisco un po’ al pensiero che possa leggermi nella mente. Ci fissiamo per un secondo. Lei sorride con tutto il viso, e io le restituisco la cortesia. Mi porta in una stanza più piccola, con le luci più soffuse. Non siamo soli. Ci saranno una quindicina di persone. Ci sono quattro o cinque tra questi giovani ragazzi e ragazze che intrattengono gli ospiti. Alcuni indossano la biancheria intima, altri sono completamente nudi. Una ragazza è addirittura senza scarpe e balla sopra una piccola pedana circolare. Le persone vestite sono molto eterogenee. Ci sono uomini, ma anche donne, e di età abbastanza differenti. La parte di me che osserva con attenzione le cose si rende conto che a ogni angolo ci sono persone che non sono lì né per intrattenere, né per divertirsi, ma per sorvegliare. Sono molto anonimi, molto attenti e molto seri. Chiunque organizzi questi festini deve avere molti soldi da spendere, perché hanno l’aria di essere professionisti. Come faccia io a capire o a sapere queste cose, proprio non lo so. Il tempo che la mia accompagnatrice mi ha fatto accomodare su un divanetto e si è allontanata, e un’altra ragazza mi si è avvicinata, salutandomi e porgendomi un bicchiere. È senza reggiseno. Perdiamo qualche minuto a fare conoscenza e a sorseggiare il nostro vino. A un certo punto mi viene in mente di chiederle da quanto tempo lavorava lì e lei con estrema naturalezza mi ha detto che lei lì non ci lavorava mica. «Lo pensi perché sono nuda, vero? Tra non molto di gente vestita ne resterà ben poca, vedrai». In effetti, mi rendo conto che c’è in attacco una specie di sereno spogliarello, tra tutti gli avventori. Una signora che avevo notato, adesso è senza le scarpe. Due tizi che sbavano guardando la ragazza nuda che balla sulla pedana non indossano più le giacche. Uno in un angolo, prima mi sembrava avesse i pantaloni, e adesso gira con i reggicalze al vento. Non faccio in tempo a restituire l’attenzione alla mia interlocutrice, che non è più vicino a me. La vedo scomparire dentro un’altra stanza. In compenso, la ragazza dagli occhi verdi ha fatto ritorno, e mi porge la mano. «È arrivato il momento».

6

«Come ti chiami?» «Puoi chiamarmi Percy» Apre una porta nel muro che finora non avevo visto. Entriamo in corridoio molto buio. Mi prende per mano «Non lasciarmi» adesso camminiamo veloci ma la sua stretta è forte. Mi sembra di camminare molto a lungo. Mi sembra che sia sempre più buio. I miei occhi si abituano all’oscurità, ma non capisco quello che vedo. Il corridoio mi sembra di essere molto più stretto di quello che era in precedenza ma non perché si sia effettivamente ristretto lo spazio, ma perché mi sembra che io e lei non siamo soli. Sento il respiro di qualcos’altro, più di un respiro, più di qualcuno. Oh dio, ma non sono forse… Percy evidentemente percepisce la mia esitazione e la mia curiosità. Accelera il passo. Apre una porta di scatto. Dal suo interno un fascio di luce ci invade e mi acceca, per un secondo. Percy mi conduce dentro la stanza con decisione, con vigore. Io provo a voltarmi, perché sono curioso, e voglio capire. Dentro il corridoio sembra essersi creata una gran confusione. Sento lo sbattere di qualcosa che sembrano ali, vedo sagome lunghe quanto il mio braccio. Ma la porta si richiude dietro di noi molto velocemente e io del corridoio ho potuto dare che una fugace occhiaia. La stanza è luminosa. Il soffitto, come nel resto del palazzo, molto alto. Dovrebbe fare più freddo, e invece si sta bene. In centro c’è un grosso divano, senza bracioli, quadrati. In verità, sembrerebbe un letto, a me però sembra strano vedere un letto in quella circostanza. E poi c’è una sedia, una specie di grossa poltrona, mi verrebbe da dire un trono – e due gruppetti di donne e uomini nudi ai lati della stanza, che si fanno i fatti propri. Ballano, chiacchierano, entrano ed escono. E poi c’è lui. E lui è un flash, come un pugno in faccia. Lo riconosco, ci siamo già conosciuti, ma non ricordo dove, non ricordo perché. Ha lunghi capelli neri, lisci, sottili, curatissimi, labbra sottili, un sorriso suadente, e occhi che sembrano nocciola, ma più chiari, tendente al rossiccio. L’ho visto nei miei sogni. Era al drugstore, durante il mio viaggio lungo l’America – ed era nella foresta, e poi al club degli industriali. Prima non era un uomo, e poi lo era. «Finalmente» mi ha detto, e io sono come paralizzato. Mi ha dato la caccia finora? Oppure sono io ad aver seguito lui? Alle sue spalle una figura familiare sbuca da uno dei tanti ingressi che sembrano esserci e non esserci a seconda delle necessità. È Richard, ed è completamente nudo. Non so cosa ci sia lui, ma vederlo senza abiti mi produce un’emozione strana, come di familiarità, e anche di stima, apprezzamento. «Si chiama attrazione» mi dice l’uomo dai lunghi capelli. Io istintivamente reagisco rifiutando il pensiero, ma so che ha ragione. Cerco di mantenere la sicurezza, di ostentare tranquillità, ma sono molto agitato, e confuso, e anche arrabbiato. La pistola, al mio fianco, prima inerte, se non addirittura confortevole, adesso brucia, e mi fa male, e mi sembra quasi di sentirla urlare.

7

«Io devo dirti la verità. E la verità è che non ho molto da dirti». Così mi parla lo Straniero. Decido di chiamarlo così, anche se non è quello che provo davanti a lui. Ben altra è la sensazione, di estrema familiarità. Non di attrazione, non come Richard, affatto. Di consanguineità. Io sono lui e lui è me – e non so come questo sia possibile. «L’unica cosa che tu devi veramente sapere, è che tutto questo è destinato a te. Puoi averlo. Stasera». Lo guardo e non riesco a celare la mia confusione. Cosa diavolo sta dicendo? «Il palazzo, le persone. Tutto. Si tratta solo di pochi istanti». Sento rintoccare un orologio, un pendolo. Non so da dove arrivi. Non vedo pendoli. A parte i tavoli, le pedane, i divani, i letti, le lampade e i lampadari, io non ho visto altro, né cassettiere né suppellettili. Non saprei dire nemmeno da dove arriva la musica. Richard, intanto, è salito su questo grande letto dalle lenzuola del colore della mia tessera. Istintivamente, infilo una mano dentro la giacca e prendo le sigarette. Me ne accendo una, di riflesso. Ma quella si spegne. Tiro, ma non viene su niente, se non quell’orribile sapore di cenere che ha una sigaretta quando finisce. «Non puoi fare così, non ora». Lo Straniero mi fissa negli occhi e mi mette a disagio. Per due motivi: il primo è che sembra davvero conoscermi, e io non so nulla di lui. E il secondo è che sorride sempre. La sua voce è elegante, e affabile. E gentile. Sento una mano che entra nella giacca. È di Percy. Prende il pacchetto di sigarette. Lo apre. Prende la sigaretta rovesciata. Se la mette in bocca. «Hai da accendere?» mi dice. Io le accendo la sigaretta. Lei inspira di gusto, e mi sorride, con sfida. Poi mi dà le spalle, e si avvicina al grande letto rosso scuro. Si sfila il reggiseno. Richard la guarda con uno sguardo di grandissima intesa. Le prende la sigaretta dalla bocca, e fa una tirata anche lui, mentre lei toglie le scarpe, e sale a letto. Una tirata lei, una tirata lui. Poi la sigaretta la buttano via, e si baciano. Io mi sento divampare dalla gelosia. Odio lei e odio lui. Mi stanno tradendo. Lei con lui, e lui con lei. Una parte di me inghiotte un boccone così amaro che lo sento scendere a fatica, quasi non voglia. Lo Straniero mi fissa, senza parlare. In fondo aveva ragione. Non aveva molto da dirmi. Senza togliermi gli occhi di dosso, si mette una mano dietro la schiena. Ne tira fuori un pugnale, molto essenziale, ma con una lama molto lunga. La porge a Percy, che senza distogliersi dalla sua attività erotica lo afferra dal manico. Poi, con un movimento unico, velocissimo, da leonessa, con una piroetta si porta alle spalle di Richard, e col pugnale gli apre uno squarcio in gola, da parte a parte. Mi sento mancare. Cosa diavolo sta succedendo? Cosa diavolo sta succedendo! Vorrei gridare, ma la voce non mi esce dalla bocca. La ragazza porge il pugnale allo Straniero. So già cosa sta accadere. Vorrei urlare “no” ma il grido mi si strozza in gola. Lo Straniero prende il pugnale, e fa a Percy ciò che Percy aveva fatto a Richard. Percy non ha un singolo gesto di ribellione. Copioso il sangue sgorga dal taglio dei due amanti, e man mano che quello sgorga, i loro corpi sembrano perdere sostanza, e consistenza, quasi a sgonfiarsi, in una nuvola di fumo, e a sparire. Ecco, allora, il grido, che mi esce con tutta la forza. A quel punto, tutto d’ura la furia di un istante. Estraggo la pistola e sparo, sparo più volte. Lo straniero, crivellato di colpi cade a terra, senza un sussulto, con quel sorriso affabile ancora stampato sulla bocca. Sento delle braccia robuste avvolgersi attorno a me. Gli uomini e le donne nella stanza, che fino a un momento fa sembravano del tutto interessati a quello che stava accadendo, mi afferrano con forza. Mi sento completamente immobilizzato. Non capisco le braccia e le mani dove inizino e dove finiscano, se di uomo o di donna. E mi sento trascinare via, a forza, di spalle, non so in quale direzione, molto velocemente. E sento anche proteste, e urla, e agitazione. La musica si è interrotta, sento porte che sbattono, e rumore di passi e concitazione, proeccupazione, angoscia, rabbia. Sento tutto questo mentre vengo trascinato via, con forza, sempre nella direzione opposta al mio sguardo. E poi, all’improvviso, mi sento cadere, come se mi avessero lanciato da una finestra. E attendo di atterrare, sull’acqua del canale, ma quella l’atterraggio non sembra avvenire mai. E cado, cado, cado…

Epilogo

Di soprassalto, sono sveglio, ancora una volta. Sono sul treno. Fuori la luce sta diradando. Presto sarà buio. Quante fermate mancano? Riconosco il paesaggio di campagna grigia, là fuori. Una fermata, al massimo due. Ho ancora le cuffie nelle orecchie. C’è la radio. Parlano di rigori, di tatticismi. Non lo so, non capisco, chi se ne frega. Mi sarò addormentato con le partite. Spengo. Mi tolgo le cuffie. Ho il libro sulle gambe, aperto. Un romanzaccio, un giallo. Quindici euro buttati. Ho già capito chi è stato. Chiudo il libro, lo rimetto nello zaino. Non è rimasto quasi nessuno nel treno. Sono tutti silenziosi, tutti guardano il vuoto. Succede sempre così, quando il viaggio è lungo. Mi sento un po’ sudaticcio, e un po’ agitato. Devo aver sognato. Ho degli echi, dei ricordi nella mente. Sento il rumore di uno sparo, sento ridere, ricordo degli sguardi intensi, di occhi che mi fissano con attenzione. Ma i ricordi un poco alla volta si dissolvono. Mi metto le mani in tasca. Ho finito le sigarette. Niente fumo quando scendo. Poco male. Afferro il telefono. Chiamo a casa per avvisare che sono quasi arrivato. Sento squillare.

Rigonia sogna: cuore di tenebra

Il testo integrale dell’episodio #8 di Rigonia, miniciclo “Rigonia sogna”.

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Quando ho aperto gli occhi ero sulla barca che risaliva la corrente del fiume Congo, con il motore che faceva un baccano infernale e il chiasso della gente che Alistaire usava portarsi dietro. Avevo sognato di quando avevo sentito parlare della Bestia per la prima volta. Ero al Club, come ogni venerdì sera, e bevevo brandy, con grande compiacimento. Ridevamo di gusto perché era una storia di paura e gli uomini ridono davanti alle storie di paura. C’era un gentiluomo che era da poco tornato dall’Africa nera per affari e che ci raccontava di come questo diplomatico avesse completamente abbandonato il progetto di riportare alla calma una sua cameriera che aveva saputo che nei pressi del suo villaggio, nel bel mezzo della foresta, la Bestia aveva deciso di stabilire la sua area di caccia. E il diplomatico spiegava con dovizia di particolari come il popolo considerasse la Bestia un pericolo quasi sovrannaturale, attribuendogli un’intelligenza assolutamente umana e una forza e una crudeltà che invece andava anche oltre l’umano. Il gentiluomo ricordava con grande piacere come il diplomatico avesse organizzato una bellissima serata per lui e di una cena squisita, nella quale gli aveva servito la carne di suo fratello che, rammentava con tono grave, purtroppo avevano dovuto abbattere. Quando il sogno virò su dettagli così cruenti e conturbanti mi svegliai di soprassalto. Vidi che Alistaire Crooke fissava avanti a sé con lo sguardo risoluto. Nella realtà dei fatti, non ci fu nessun pasto cannibalico, ma la discussione sulla Bestia, quella volta al Club, prese una piega di approfondito naturalismo. La voce di Lord Crooke emerse tra le più autoritarie e competenti in merito alle specie di grandi felini presenti nelle foreste più nere dell’Africa. Lord Alistaire era un noto cacciatore: di bestie pericolose, di tesori, di avventure, di vizi e di donne. Un uomo che il Club adorava, perché con la sua presenza magnetica era in grado di risvegliare quella platea di uomini grassi e avvinazzati, storditi dalla ricchezza e dal potere che aveva tolto loro qualsiasi forma di gioia nell’esistenza. Quando Crooke si presentava, una volta ogni sei mesi, per raccontare dei suoi nuovi fantasmagorici viaggi, la platea pendeva dalle sue labbra.

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Avevo deciso di seguire Lord Alistaire Crooke in questa avventura… perché sì. Lui aveva rifiutato sulle prime, ma Crooke era in debito con me, perché tanti anni addietro una bellissima donna che ero in procinto di sposare fece la sua conoscenza durante una serata mondana. Io pensavo che lei lo conoscesse già. Diamine, pensavo che tutte le donne di Londra conoscessero Lord Crooke. E invece no, la sua fama non era mai giunta alle orecchie di lei. Fatto sta che lei fu irrimediabilmente attratta da lui e il mio matrimonio sfumò. Io all’epoca non feci scandali e non pretesi nessuna forma di ricompensa per il mio orgoglio violato. Questo gesto fu mal visto in società e trascorsi qualche anno a ricostruirmi una reputazione; e tuttavia sapevo che un giorno quella grazia che io feci a Lord Crooke (anche se sapevamo entrambi che io la facevo a me stesso: perché, l’avessi sfidato a duello, sarei certamente uscito sconfitto), quella grazia mi avrebbe fruttato un vantaggio in una circostanza importante. Gli dissi che non poteva negarmi di andare con lui alla caccia della famigerata Bestia (o Belva) della foresta nera dell’Africa centromeridionale. Lui provò a dissuadermi ma senza energia. Sapeva che non poteva negarmelo e, d’altro canto, non gliene importava nulla di quello che mi sarebbe potuto accadere, lui sarebbe partito lo stesso. Più che altro, era preoccupato all’idea che un novellino lo rallentasse durante la caccia, o che qualche gesto imprudente tradisse il loro vantaggio. A me non aveva particolarmente ferito l’idea di non sposarmi, perché ero giovane e non ero affatto pronto. Tuttavia quella ragazza aveva davvero lineamenti e portamento di altissima classe, e questo mi aveva un po’ seccato. Avevo cercato a lungo qualcosa distogliesse la mia mente dalla condizione di noia nella quale anche io versavo – noia che mi azzannava alle caviglie e produceva una frustrante insoddisfazione, verso la vita in generale e Londra in particolare, con la sua tediosa e snervante socialità ingabbiata. Avevo trent’anni e dovevo confrontarmi con me stesso. Dopo il servizio militare non ero mai partito per il fronte, non avevo mai potuto guardare dritto negli occhi e sconfiggere le mie paure. Era arrivato il momento di rivalermi di questa mia grottesca condizione borghese, e dimostrare il mio valore come uomo.

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Alistaire Crooke, durante il nostro viaggio, ha dimostrato una natura ben diversa da quella di elegante e distinto viveur sfoggiata nei nostri eleganti venerdì sera londinesi al circolo degli industriali. L’uomo silenzioso e sfuggente, così carismatico da poter mancare anche per mesi ai nostri incontri, e poi tornare e riprendersi (senza nessuno sforzo) il centro della scena, ho scoperto essere un uomo collerico e rude, violento e aggressivo. La dimensione della caccia gli permetteva di esprimere con estrema genuinità i suoi lati più ferini. Apostrofava la servitù con parole piene di disprezzo e di alterigia, e ricorreva con estrema frequenza, solerzia (e forse, anche, con una nota di gusto?) all’uso della frusta o del bastone per punire chi non rispondeva ai comandi con la dovuta rapidità, o chi commetteva l’errore sbagliato al momento sbagliato. A volte, picchiava e abusava per puro divertimento. Un’altra cosa che lo divertiva molto era sparare col fucile. C’era della compulsione, in quell’atto, un’impellente necessità dettata dall’impazienza. Di tanto in tanto sentiva il bisogno di sparare. Al cielo, agli uccelli. In acqua, ai pesci. Nella foresta, contro qualunque bestia gli capitasse a tiro. Del resto, mi aveva detto più d’una volta, il vero obiettivo era la Bestia, e fin quando non eravamo nei pressi del suo territorio, potevamo anche svagarci. La vera caccia doveva ancora arrivare. Inoltre, sosteneva, non c’era modo migliore di innervosirla e indurla a mostrarsi allo scoperto che tiranneggiare e provocarla, contestare la sua autorità. Io lo guardavo – e non capivo. Pativo il caldo, gli insetti, l’odore della pelle sudata della servitù, i vestiti che mi si appiccicavano addosso, i rumori che mi disturbavano il sonno, il cibo, l’acqua, ogni cosa. Era chiaro già prima di essere giunti a metà del nostro viaggio che avevo sbagliato a seguire Crooke in questa avventura. Inoltre, a mano a mano che ci avvicinavamo a destinazione, la paura aumentava tra la servitù. Si faceva sempre più intensa, persino palpabile. Qualcuno fuggiva, qualcun altro veniva scoperto nel tentativo di fuggire e fucilato. Assistevo al progressivo crescere della tensione tra i locali, e non potevo fare nulla. Bastava un passo falso per far scoppiare un putiferio.

4

Quello che si sentiva raccontare riguardo la Bestia era assieme ridicolo e terrificante. Sovrana della foresta, era una creatura a cui si attribuivano persino poteri di metamorfosi e precognizione. La Bestia, se era interessata a te, sapeva chi fossi, dove abitassi, dove trascorressi le tue giornate. Sapeva cosa pensavi, cosa desideravi, cosa temevi. Se la Bestia era interessata a te, probabilmente era interessata a mangiare la tua carne. Per questo motivo, i locali preferivano non avvicinarsi al suo territorio. Non volevano che la Bestia scoprisse i loro segreti, e li usasse contro di loro. Man mano che ci avvicinavano, aumentavano le preghiere, i canti, le suppliche rivolte a lei. Presumibilmente, la Bestia era un grosso felino. Alcuni sostenevano fosse una pantera, per la sua abilità nel nascondersi nelle ombre; altri, più tradizionalmente, sostenevano fosse un leone, un leone molto feroce e particolarmente ghiotto di carne umana, alla testa di un branco di venti femmine. Questa teoria spiegava la sua smisurata voracità e la distanza tra i suoi avvistamenti, nel tempo e nello spazio. Alcuni invece sostenevano che fosse un semplice leopardo, o più di un leopardo. Alistaire Crooke sperava in una bestia grossa, cattiva, intelligente. Rifiutava con fare molto deciso tutte le teorie più razionali, comprese le mie. «Questa non è Londra, mio giovane amico – aveva detto una volta – qui bisogna imparare a convivere col mistero. Il mistero della natura, il mistero della vita. Niente che un gruppo di grassi riccastri gonfi di brandy possano capire» e sogghignava, lasciando intendere che i racconti che lo avevano reso celebre a Londra erano solo la punta di un grosso iceberg, e io non faticavo a crederlo. Ma non riuscivo a farmi coinvolgere nella superstiziosa frenesia verso un animale cacciatore e territoriale, intelligente e crudele, inafferrabile e sovrannaturale. Nella mia tenda, tuttavia, trascorrevo gran parte della notte con un occhio aperto. Anche perché c’era un’ultima teoria, ma se la sostenevi ad alta voce Alistaire ti sparava seduta stante: che la Bestia fosse uno stregone particolarmente malvagio, e che fosse già in mezzo a noi, sin dall’inizio del nostro viaggio, e aspettava solo il momento giusto per agire. Questo faceva sì che, pur non potendolo ammettere, ciascuno di noi guardava l’altro con enorme sospetto. Tutti tranne Alistaire.

5

Eravamo molto vicini. Eravamo partiti con cento uomini, due barche e un certo numero di zattere. Adesso eravamo circa trenta persone. La barca ce l’eravamo lasciata alle spalle ed eravamo entrati nella foresta. La foresta rendeva tutti nervosi. Quella notte pioveva a dirotto sul campo. Avevamo montato le tende in fretta in furia. Attraverso la tela del mio alloggio da campo potevo scorgere le luci degli altri padiglioni e il fuoco allestito al centro. Il fuoco venne spento presto, perché la pioggia era troppo fitta, mentre le torce, protette dai tendaggi, furono lasciate a consumarsi. Mi misi a dormire che le luci erano tutte ancora ben visibili. Mi agitai per un po’, e infine presi sonno. Venni svegliato da rumori confusi, che poi sfociarono in urla e gran confusione. Mi alzai di scatto: le torce si spegnevano uno dopo l’altra, con estrema rapidità. Afferrai il fucile, mi infilai gli stivali e la giubba, ma restai dentro la tenda. La mia torcia, fuori, era ancora accesa. Poi, tra le urla nella lingua locale, sentii uno sparo, poi un altro, e una voce più familiare. Feci un grosso respiro, presi coraggio e misi la testa fuori. Alistaire era lì, praticamente nudo, con gli stivali e il fucile, che sparava e ricaricava. Il servo che aveva a fianco e gli passava proiettili e polvere da sparo aveva gli occhi fuori dalle orbite, e si continuava a girare, e girare, in preda al terrore più nero. «Fatti vedere! Mostrati, Bestia vigliacca!» Alistaire urlava e sparava, sparava e rideva. La gente era praticamente tutta fuggita via, le tende ribaltate e calpestate, c’erano un paio di corpi a terra, orrendamente mutilati, che giacevano in grosse pozze nere di sangue. «Se sei così potente, affrontami a viso aperta! Hai troppa paura?» Uno sparo «Coraggio!» Un altro sparo! La foresta si era fatta stranamente calma, e silenziosa. Poi, un lampo nel cielo, la sagoma di una creatura enorme. Un quadrupede, sicuramente. Un felino, probabilmente. Si è scagliato sul corpo di Crooke. Un colpo è partito, ma verso il cielo. Una zampata, e poi il muso è affondato con tutti i denti, scintillati, sul suo petto, squarciandolo. Poi di nuovo il buio. La creatura ha sollevato il capo enorme dal corpo dilaniato di Alistaire Crooke, e mi ha rivolto un’unica, intensa occhiata. Occhi scuri ma brillanti, rossi al pallido chiarore della luna. E poi, con un balzo, è sparito – così come si era palesato.

Epilogo

Sopravvissi alla notte. Tornai a Londra. I locali furono molto rispettosi. Pensavo mi avrebbero spogliato di ogni avere, e abbandonato lì. Invece mi hanno portato al primo porto, mi hanno messo su una nave, e io tornai a Londra molto rapidamente. Accettai di entrare nell’impresa famigliare, con un impiego contabile. Accettai di sposare una giovane di buona famiglia, che non possedeva nemmeno il riflesso del fascino della mia vecchia fiamma. Ma era una brava ragazza. Al Club ci andavo sempre più di rado, ma non potevo non andarci più: dovevo continuare a difendere la nostra reputazione. Di Alistaire Crooke non si parlò più. Ma una sera particolarmente vivace, mentre facevo il mio ultimo, concitato, brindisi, intravidi un uomo, in fondo alla ressa, mentre sollevavo il bicchiere. Aveva lunghi capelli neri, lisci e sottili, curatissimi, una compostezza sospetta, un fascino alieno. Mi lanciò una lunga occhiata, intensa. Mi bloccai per un secondo. Aveva occhi scuri, ma brillanti, di un colore che… no, non poteva essere. Bevvi, conclusi il brindisi, mi voltai per osservarlo meglio. Non era più lì.

Rigonia sogna: Sulla strada

Il testo integrale dell’episodio #7 di Rigonia, miniciclo “Rigonia sogna”.

1

Mi ero svegliato sul sedile posteriore della Hudson con la quale stavano tornando di buona lena verso nord. Stavo tornando da te dopo un tentativo abbastanza fallimentare di scrivere il romanzo che mi avrebbe fatto fare il botto. Io, Jack e Allen eravamo andati giù in California, in un posto chiamato Tetapipas, perché Allen conosceva un tizio che si chiamava William e lì, diceva, c’era l’ambiente ideale per starsene tranquilli e non fare niente, e passare intere giornate a scrivere e pensare. E invece è andato tutto a puttane per le troppe tequila e per certe amiche che William conosceva mezze indio e mezze nostrane che continuavamo a venire a far visita, per non parlare di certe fughe da certi pub sperduti nel deserto dove bastava una parola di troppo e si passava subito alle mani. Di quel famoso romanzo di cui ti parlavo da tempo non era stata prodotta nemmeno una riga. Lungo la strada facevamo del nostro meglio per conservare quei quattro spiccioli con cui ce ne tornavamo a casa per dimenticare. Ero arrivato a un certo punto a supplicare Allen di tornarcene a casa.

Fighissimo, il confine, per loro che in fondo erano scesi semplicemente per cambiare aria, perché per Jack 33 gradi erano la temperatura ideale e clima secco tutto il giorno. Allen invece vai a capire cosa voleva veramente. Forse trovare donne facili con cui andare a letto o forse approfondire la sua conoscenza puramente teorica delle droghe con delle rigorose e sistematiche prove sul campo. Tornava a caso sicuramente con una conoscenza molto più approfondita ma anche con una percezione della realtà non sempre allineata. Lui la chiamava “illuminazione”, e certo gli andava riconosciuto che adesso sfoderava sempre una calma esemplare e parole di conforto per tutti – ma ha pagato il prezzo di questa elevazione spirituale con una pessima mira davanti alla tazza del cesso e una tendenza un po’ troppo spiccata a parlare ad alta voce durante il sonno. Tenuto conto che spesso ci fermavamo a dormire in macchina questa sua piccola idiosincrasia non ci risultava particolarmente gradita.

2

Durante il viaggio contavamo i soldi che ci rimanevano con un po’ di apprensione, perché la benzina toccava farla e serviva mettere qualcosa sotto i denti. Di tanto in tanto ci ficcavamo una confezione di sandwich sotto la camicia mentre uno di noi aspettava fuori dal negozio col motore acceso. All’inizio eravamo facilmente identificabile e andava sempre a finire che nel dubbio si scappava a gambe levate. Una volta uno sbirro al distributore ha avuto voglia di rincorrerci, raggiungerci, farci accostare, perquisirci, recuperare il maltolto e piantare lì per lì una ramanzina per far vedere che lui era il più duro. Allen aveva gli occhi di fuoco come se di punto in bianco fosse finito l’effetto della droga, e mentre il poliziotto la tirava per le lunghe passando dall’uno all’altro spiegandoci quanto fosse preziosa la nostra gioventù e quanto fosse sprecata dietro a furtarelli e giornate trascorse a bighellonare, noi controllavamo con lo sguardo supplicante che il nostro amico santone non decidesse di sbottare all’improvviso, complicando enormemente la nostra situazione. Lo sbirro ha finito il suo discorso mettendo la mano sulla spalla di Jack e dicendogli: «In fondo si vede che siete bravi ragazzi», e come un vero eroe di questa Gloriosa Nazione, si è ricacciato il casco in testa, ha dato una secca e decisa spinta alla pedivella, e con un unico, fluido ed elegante movimento si è rimesso a sedere sul suo ruggente e fumante cocchio di metallo. Giusto il tempo di partire che Allen, a pieni polmoni, in uno slancio di furente odio gli ha urlato «Fascista!» e noi non abbiamo potuto far altro che cacciarlo in macchina senza guardarci alle spalle e ripartire a tutta velocità. Evidentemente anche il nostro amico santone percepiva che, man mano che ci allontanavamo dalla terra del suo amato peyote, ci avvicinavamo alle nevi del Minnesota, e il suo umore cambiava progressivamente.

Uomo d’altri tempi, Allen, persona colta e perennemente insoddisfatta. Una tacca sopra me e Jack. Se a Jack gli davi da bere, lui non ti dava più fastidio e trovava questa sua dimensione di misteriosa introspezione. A me bastava mettermi attorno due o tre persone e potevo lanciarmi in lunghissime conversazioni sul nulla assoluto. Allen era anche un grande conversatore ma non amava i gruppi di persone: preferiva andarsi a cercare qualcuno di strano forte, magari sbronzo marcio o con l’aria di stare davvero male, e lo perdevi di vista. Era consuetudine vederlo sparire a un certo punto della serata, e a rivederlo il giorno seguente. Delle sue conversazioni notturne non diceva mai niente. Come se non fossero esistite.

3

Un giorno Jack, che era il guidatore principale (visto che l’auto era sua) si era fermato a fare benzina, e noi ne avevamo approfittato per ficcarci dentro allo spaccio e vedere se riusciamo a fregarci qualcosa. Era uno spaccio bello grosso e ci si poteva tranquillamente imboscare la roba senza essere visti. Era comunque nostra consuetudine comprare qualcosa, uno snack, una Coca, una cosa da poco. Vedo che Allen si sta intrattenendo con uno strano tipo. Portava un cappello da cowboy da cui sbucavano lunghi capelli neri, molto lisci, dall’aria molto curata. Non sembrava un uomo delle praterie, tutt’altro. Emanava un’aura di autorità, di fascino e di mistero. Allen evidentemente non la percepiva, perché si parlavano come se avessero fatto le scuole insieme. Mentre li osservo, quel tizio si accorge di me, e con uno strano sorriso suadente mi fa un cenno con la testa per salutarmi con cortesia. I suoi occhi sono di uno strano colore chiaro, una tinta che non avevo mai visto prima sulla faccia di una persona. Un brivido glaciale mi corre lungo la schiena. Il grosso vocione di Jack ci rincorre, mentre io cerco di divincolarmi dallo sdguardo di quel tizio, dandogli le spalle e avvicinandomi alla cassa, ma lo sento ancora puntato su di me, proprio in mezzo alle scapole. Jack, che ha la vista acuta, vede che lo stiamo perdendo dietro al solito matto, allora gli urla di sbrigarsi, e lo risveglia dalla sua trance. Pago il conto e faccio per uscire. Getto un ultimo sguardo verso l’interno, attratto dalla curiosità di rivedere quel personaggio così affascinante e fuori contesto. Ma non lo vedo più, è sparito. Forse si è chinato per prendere qualcosa in uno scaffale in basso. Chissà. Jack richiama, a quel punto, anche me.

Eravamo a metà strada, e io avevo smesso di pensarti per un po’, dopo essere partiti, ma di lì a un po’ avrei ricominciato. Non ti piaceva l’idea che ci separassimo e non piaceva neanche a me. Ma c’avevo dentro qualcosa che mi supplicava di partire. Mi parlava, in un punto un po’ nascosto e isolato della mente, e mi diceva che se l’avessi fatto sicuramente sarebbe accaduto qualcosa. Sarei stato in grado di fare qualcosa di eccezionale. Dopo circa tre mesi mi avevi trovato al telefono e mi avevi chiesto che fine avessi fatto. Lì, devo dire la verità, non avevo speso neanche un soldo. C’era sempre qualcuno che pagava, l’amico William in particolare, e me la stavo spassando davvero un sacco. Ma c’era una tizia che mi aveva messo gli occhi addosso e non mi lasciava solo un attimo. Mi faceva anche le scenate di gelosia. Avevo preso il suo ingresso nella vita come il chiaro segno che era arrivato il momento di andarsene. Riportavo la pila di fogli bianchi, che avevo portato con me, bianchi esattamente come quando erano partiti.

4

Jack, Allen e io eravamo amici di una vita. Il paese era piccolo e noi avevamo trascorso tutto il tempo della nostra infanzia e ancora dopo l’uno con l’altro. Jack era sempre stato il nostro capo. Innanzitutto, perché era più alto e più grosso. E poi era un duro. Non sorrideva mai. Ogni tanto rideva, ma sembrava più un colpo di tosse che una risata vera. Era un tipo tosto, ma un amico sincero. Se c’era aria di botte, lui era sempre in prima fila. Ci aveva difesi non so quante volte da gente più grossa di noi, anche di lui. Piaceva alle ragazze e lui le trattava male. Crescendo, era diventato anche discretamente bello. Aveva mani grandi e robuste, delle spalle larghe e un ciuffo ribelle che andava un po’ qua e un po’ là. Non ce n’era una che non gli cascava ai piedi. Lui le trattava tutte come scocciature. Quando eravamo arrivati all’età in cui si riusciva finalmente a procurarsi da bere, lui era diventato il numero uno anche in quello. Aveva una sua etica nel consumo di alcolico. Certo, si sbronzava, ma non sbracava mai. Non lo avresti visto cantare in compagnia, o sbraitare frasi a casaccio, o piangersi addosso. Sarebbe rimasto lì, lui, da solo, il bicchiere, in una specie di gara a chi cedeva prima. Naturalmente, cedeva prima lui. Quando si alzava dalla sedia, si muoveva come un grosso orso cattivo e narcotizzato. Barcollava con un grugno duro e andava dritto per la sua strada. Quelli erano i momenti in cui non si doveva proprio infastidirlo, perché lui passava direttamente alle mani.

Aveva un dolore dentro, Jack, che non si è mai capito. Era stato un bravo studente, proprio come me e Allen. Uno intelligente, uno capace. Un altro che scappava dalla provincia per cercare qualcosa di nuovo, qualcosa che gli restituisse un po’ di vita. Almeno, questa è l’idea che mi ero fatto, ma non ne ero sicuro. Mi era passato a prendere in macchina. «Partiamo», mi aveva detto, con quei suoi modi diretti, secchi, indiscutibili. E io gli avevo chiesto di Annie, la sua fidanzata storica. E lui aveva detto che era tutto ok, e basta. Annie era la persona più dolce e premurosa che avevo mai conosciuto. Una ragazza d’oro, una santa. Bellissima. Le erano ronzati attorno in molti ma lei non si era mai scomposta più di tanto. Ed è stata l’unica a cui lui abbia mai fatto la corte. Una corte breve, per la verità, ma serrata. Lei lo aveva messo alla prova, giusto un po’, giusto per essere sicura, ma in realtà già sapeva. Eravamo piccoli, all’epoca sembrava tutto un gioco. A loro due, no. Lei era diventata la custode del suo lato migliore, l’unica in grado di ammansirlo, l’unica in grado di rimetterlo nella giusta direzione, quando la sua rabbia sembrava diventare incontenibile. Io non mi sarei mai allontanato da una così.

Epilogo

Quando siamo arrivati nella nostra piccola cittadina, immersa nella neve, c’eri tu ad aspettarmi. Il cielo, come sempre, era un lago freddo e insofferente. Mi hai accolto con un lungo ed emozionante abbraccio, e con uno sguardo pieno di parole: di rimprovero, di nostalgia, di amore, di desiderio, di rabbia, di solitudine, di attesa, di noia, di apprensione, di sollievo, e di tante altre cose ancora. Allen tornava da sua madre con lo sguardo di un generale sconfitto e fatto prigioniero. A Jack aspettava la galera. Era successo tutto in una notte. Una di quelle in cui usciva senza i suoi amici, una di quelle in solitudine. Era andato in un bar fuori città, dove incontrava una donna. Una poco di buono, veramente, ma una come lui, con qualcosa di inscrutabile dentro, e modi aggressivi e infastiditi. La cosa andava avanti da un po’. All’inizio era un segreto, poi era diventato un mistero, poi una cosa nota, poi qualcosa di assodato e un po’ spiacevole. Annie non aveva mai fatto una piega ma, forse, la sera prima che partissimo aveva deciso che la cosa andava chiarita. E Jack, naturalmente, era tornato a casa ubriaco. E io immagino – perché lui non me l’ha mai raccontato; perché io, dopo che siamo tornati, non l’ho mai più visto e lui non si è fatto più sentire – che delle parole siano volate. Immagino che lui le abbia detto di stare attenta a quello che diceva. E lei, per una volta, forse non aveva voluto accettarlo. E forse lui avrebbe reagito come non era la prima volta che capitava. E, temo, che stavolta qualcosa sia andata diversamente. Un colpo più forte. Uno spigolo, forse. C’era la polizia ad aspettarlo. Tu non mi avresti più guardato con gli stessi occhi, per questo. Io non ne sapevo nulla, non ci potevo credere. Quelle notti, quando mi addormentavo, lo facevo profondamente come mai fino ad allora. E raggiungevo posti che non immaginavo esistessero. Posti che mi sembravano fuori dallo spazio e dal tempo…