Zingarofilia 4.

Identità e alterità. Carmen e la figura della zingara nella letteratura europea (prima parte).

Quarta puntata di Emanuela Miconi.

“Ogni venerdì arrivavano gli zingari (…) Vivevo in un terrore panico degli zingari (…) pensavo che rubassero i bambini ed ero convinto
che avessero messo gli occhi su di me. Ma nonostante questa tremenda paura, mai mi sarei lasciato sfuggire lo spettacolo della loro
visita, che era davvero splendido (…) Dalle spalle di molti pendevano dei sacchi e io, guardandoli, non riuscivo a fare a meno di
immaginare che contenessero i bambini rubati.”

Sono le parole del premio Nobel per la Letteratura, Elias Canetti che, meglio di altri, evidenziano, seppur attraverso gli occhi di un bambino, quella sorta di visione schizofrenica secondo la quale, nel corso di cinquecento anni di storia, le società maggioritarie hanno costruito e declinato lo stereotipo relativo agli zingari: stupore e meraviglia, da un lato; paura e diffidenza dall’altro.
In tal modo, proprio nel momento in cui le popolazioni rom venivano fatte oggetto delle più efferate persecuzioni, al contempo fungevano da modello per la costruzione, in ambito culturale, di zingari, e soprattutto zingare, “immaginate” e conformi a modelli completamente fittizi e in realtà inesistenti.
Figure di romnì cominciano a comparire nelle produzioni letterarie della Spagna del Siglo de oro, dando vita al topos della fanciulla rapita, ovvero la zingara che, non nata tale, lo è diventata nell’ambito di un processo culturale, conclusosi con la connotazione di un doppio status identitario.
Troviamo invece altre zingare, connesse maggiormente alla dimensione negativa dell’ambito sociale in cui si collocano le popolazioni romanì, “prodotte”, se così si può dire, nell’ambito di quella cultura popolare, dasempre immenso serbatoio delle tradizioni più arcaiche e radicate di ogni cultura.
In Italia centro meridionale assistiamo così alla comparsa dei Canti di maledizione degli zingari, in cui vengono riproposte le antiche leggende, per la maggior parte di provenienza balcanica, che vedono gli zingari come i fabbri artigiani, fornitori dei chiodi per la crocifissione di Cristo. Si staglia un po’ ovunque, sullo sfondo delle spettacolari processioni del venerdì santo, la figura della “zengara malacana” che insulta e tormenta la Vergine predicendole la morte del Figlio, contrapposta alla misericordiosa giovane zingarella o talvolta anche al piccolo “furgiariello” zingaro che invece promettono, pur non potendosi sottrarre alla maledizione gravante sul proprio popolo, di fornire “chiuovi piccul’ e suttuile ch’ nun hanna pircià ni n’ogna suia gentile” (chiodi piccoli e sottili che non dovranno bucare la carne neanche di un’unghia sua gentile).
Insieme alle “fanciulle rapite” delle originarie farças spagnole, i Canti rappresentano non solo una prima forma di cristianizzazione della figura della zingara, inserita nella liturgia dei rituali pasquali, ma anche una delle sue prime versioni letterarie e finzionali, sebbene ancora al livello di un contesto popolare afferente, per la maggior parte, alla cultura orale, in questo caso, del Meridione italiano.
Ogni società costruisce i propri “stranieri” e definisce come tale tutto ciò che non si adatta alle mappe cognitive, morali, estetiche del proprio mondo e, alla luce di questo mancato adeguamento, ogni società promuove una auto-rappresentazione andando a identificarsi con quanto la distingue dall’Altro-da-sé. La cultura, intesa come costruzione sociale, finalizzata ad agire sulla realtà sociale, contribuisce, a mio avviso, alla creazione di identità e “forme” di umanità tra loro diversificate.
Gli antropologi ravvedono, a movente di questo processo, la messa in atto di una vera e propria funzione antropopoietica, parolone derivato da quel verbo greco, poièin, che assume qui il duplice significato di “fare”, “modellare”, ciò che è già innatamente posseduto dall’uomo e, al contempo, di “costruire” ex novo quello che ancora non esiste, “inventare” un qualcosa che verrà in seguito assunto come realtà autonoma e indipendente.
In questo secondo processo è allora riscontrabile l’origine di quella serie di identità fittizie, nel nostro caso relative agli zingari, create e veicolate nell’ambito delle espressioni culturali, sulle quali viene a costruirsi l’immagine dell’Altro. In tal modo la diversità dello “straniero” è sublimata e “rielaborata” in una versione rassicurante, in quanto resa assimilabile, oppure definitivamente allontanata nel contesto della finzione culturale. Se la Storia ci consegna immagini dure, cruente a testimonianza di rapporti difficili, conflittuali, persecutori nei confronti dei “portatori di alterità”; di altro tenore è il compito della letteratura e dell’arte, così prolifiche nel produrre stereotipi funzionali al trattamento del diverso-da-sé. Ogni uomo è figlio del proprio tempo e, in questo senso, ogni forma d’arte non può che essere “realistica”, tuttavia solo alla finzione artistica è demandata la sublimazione di «quel mondo in cui viviamo (che) ci affatica, ci affligge equel che è peggio, ci annoia» e solo alla poesia può conferirsi la potenzialità di creare «per noi mondi ed oggetti diversi».
Bisognerà attendere l’800 per entrare, a pieno diritto, in quello che per la letteratura d’Europa è stato veramente il “secolo degli zingari” che con le sue eroine gitane – Carmen, Esmeralda, Azucena – ha popolato i sogni e acceso la fantasia di migliaia di lettori…….ma di questo parleremo la prossima volta!
Come sempre…….Taves Baxtalè a tutti!

Manu

Zingarofilia 3. La memoria.

Contaminazione e resilienza sono le parole chiave della puntata di domenica 15 novembre 2020.

Terza puntata. Di Emanuela Miconi

Lo sterminio dimenticato
“Kai jas ame, Romale?” (dove ci portano uomini?).
La domanda risuonava a mezza voce, saliva a galla dai pensieri taciuti, in mezzo a quegli uomini, che con le loro donne, i loro bambini e i loro vecchi venivano caricati come bestie sui vagoni dei treni destinati ad Auschwitz; “ tre o quattro carri di zingari per ogni convoglio di ebrei” secondo i dettami dell’efficientissimo Adolf Eichmann.
Nei campi di sterminio nazisti moriranno quasi undici milioni di persone, questa catastrofe passerà alla Storia e alla memoria dell’Occidente con il nome voluto dagli ebrei a ricordo perenne di quei sei milioni periti nelle camere a gas. Shoah significa distruzione, sciagura improvvisa, rovina, desolazione, luogo senza vita; denota un disastro di dimensioni cosmiche e include, nella sua area semantica, accezioni come buio, desolazione totale, vuoto assoluto, morte; un termine atto, quindi, a buona ragione, a rappresentare quel senso di non-vita e di anti-umano di cui si è
connotata la furia nazista.
I Rom chiameranno la loro tragedia, annegata per decenni nel mare magnum del silenzio colpevole dell’Occidente, Baro Porrajmos, il grande divoramento; se Shoah allude a una catastrofe immane, senza precedenti, il Porrajmos degli zingari ci trasmette la violenza con cui la strage fu perpetrata; divorare non significa solo inghiottire e far scomparire
nel nulla tutto ciò che poco prima era presente e vitale ai nostri occhi ma porta con sé il senso della distruzione e dell’annientamento riscontrabile solo nella belva feroce che si avventa sulla propria vittima.
Nella cultura rom, dei morti non si parla e, a maggior ragione quindi, quei cinquecentomila non possono che apparirci straziati e “divorati” dalla lucida furia omicida con cui è stata pianificata e messa in atto, nei suoi minimi e folli particolari, la “soluzione finale” che, ancora una volta, ha visto zingari ed ebrei, i”popoli senza stato”, annientati in nome di una codificata devianza genetica.
Gli zingari, troppo “ariani” per la loro provenienza geografica, a movente della persecuzione si è identificato in loro il presunto gene del Wandertrieb, l’istinto al nomadismo: teorizzazione quindi di una presunta degenerazione razziale, tesa a fornire il movente e la giustificazione di una repressione e del conseguente progetto di eliminazione.
Dapprima costretti a diversificate forme di ghettizzazione sociale e studiati e indagati come animali da laboratorio dai solerti scienziati del Reich, poi concentrati in campi di transito come quello solo oggi indicato da un monumento e una lapide nella turistica Camargue nei pressi di Salier, in seguito i rom vennero deportati in massa nei campi di sterminio
nazisti.
La conferenza di Wannsee nel Gennaio 1942, aveva sancito anche per loro, come per gli ebrei, la Endlὃsung, la “soluzione finale”, allo scopo di rendere la nazione tedesca definitivamente Juden (e Zigeuner) rein, “ripulita” dalla
presenza ebraica e bonificata dalla “piaga zingara”.
Dei 23.000 rom di Auschwitz, all’ultimo appello, risposero in……quattro! Si era a pochi giorni dalla liberazione del campo ad opera delle truppe sovietiche, quel 27 Gennaio 1945, data poi prescelta dal governo italiano nell’istituzione di un Giorno della memoria.
Anche gli zingari, insieme a milioni di altri esseri umani, si mutarono nelle Rauchseelen (le anime di fumo) levatesi dai camini di Auschwitz e disperse nel vento, ma di loro nessuna traccia pare esser rimasta: nessun oggetto ricorda la loro presenza nei Lager, nessuna memoria racconta del loro annientamento; solo grazie alla fortuita scoperta di un registro dello Zigeunerlager, sappiamo oggi della loro deportazione ma nessun testimone del popolo rom venne invitato al processo di Norimberga: si è dovuto attendere il 1994 per assistere, presso la sede dell’Holocaust Museum
di Washinghton, alla prima commemorazione delle vittime zingare del nazismo.
La notte tra il 3 e i 4 di agosto del 1944 viene ricordata come la Zigeunernacht: circa tremila rom presenti ad Auschwitz Birkenau vennero rastrellati e inviati, nel giro di poche ore, alle camere a gas del campo; eppure nemmeno in quell’occasione gli assassini riuscirono a piegare il piccolo popolo-resistenza, che fino alla fine lottò con forza per la
propria sopravvivenza, seppur nelle condizioni inumane del Lager.
Di quei loro morti nessuno più vorrà parlare: nella cultura rom ricordare i defunti equivale a ritardare, quando non impedire, il loro trapasso a una dimensione spirituale più elevata nelle gerarchie dell’Essere: è questa a mio avviso la testimonianza di una capacità di resilienza straordinaria che permette loro di non crogiolarsi nei rimpianti della memoria e del dolore, ma di consentire alla vita di continuare a fiorire e a rinascere dalla morte.
Ecco quanto di più importante i miei amici rom mi hanno insegnato: ho capito che la morte non è solo distacco, perdita e nostalgia ma soprattutto è metamorfosi e continuità: chi se ne è andato ci ha lasciato in eredità la sua
esistenza, una vita intera che siamo chiamati a vivere e ad amplificare nella nostra, destinata a sua volta a chi verrà dopo di noi.
In tal senso allora il fine del Giorno della Memoria potrà essere uno solo: fare nostra la morte di quei milioni di esseri annientati in uno dei momenti più oscuri e sconcertanti della nostra civiltà, arricchire della loro che è stata, la nostra esistenza che ancora sarà; affinché mai più, nel “mondo che verrà” (Olam Ba, lo chiamano gli ebrei), anche un solo singolo uomo, per la sua fede, il colore della sua pelle, le sue idee, la sua cultura possa essere ancora fatto oggetto di una “soluzione finale”.
Per questo, forse, ogni commemorazione funebre tra i Rom si conclude con le parole “Nais tu Devla”: grazie, Dio! Come Francesco: laudato sii, o mio Signore per nostra sora Morte…….nessuno di noi, in fondo, è così diverso e
lontano, ai quattro angoli di questo piccolo-grande mondo, dai suoi Fratelli…..come troppo spesso invece si vuol far credere!


Nais tu Devla,….. tanto tempo fa ormai, mi suggerì il testo di una canzone per Negrita, non se ne è fatto più nulla, volentieri lo regalo ai musicisti che mi leggeranno.


Nais tu Devla,
sulle navi negriere che portano gli africani di ieri nel mondo di oggi
Nais tu Devla,
sulle schiene curve nei campi del cotone
Nais tu Devla,
sull’Africa di domani e l’Occidente che sarà.
Grazie Dio,
per i Lager di tutti i tempi
in tutti i luoghi della Terra
per ebrei e zingari
oppositori e dissidenti
pazzi e omosessuali
comunisti, musulmani e partigiani
dissolti e cancellati
nel silenzio che non tace.
Grazie Dio,
per l’urlo di Hiroshima
per il cielo viola di Kabul e i suoi giocattoli di morte
per le milleduecento notti di Sarajevo e i fuochi delle sue finestre
per le donne di Bagdad, gli uomini di Israele e i bambini di Ramallah
per Elvira, per Mehmed e per Margota
nonostante tutto
Nais Tu Devla,
grazie Dio.

A tutti, dal più profondo del cuore, Taves Baxtalè.

Manu

Zingarofilia 2

Seconda puntata. Di Emanuela Miconi.

“Erano magri et nigri”, così l’anonimo cronista descriveva gli zingari, al loro arrivo a Bologna intorno al 1420. Gli athinganoi, gli “intoccabili” nomadi dediti alla lavorazione dei metalli, alla chiromanzia e ai sortilegi, si
presentano ai confini dell’Europa occidentale in veste di pellegrini: muniti di falsi salvacondotti papali che consentono loro di transitare liberamente da un luogo all’altro, riescono a metter in atto quello che gli storici
hanno denominato Great Trick, il grande inganno perpetrato in barba alle leggi e alle norme più restrittive dei singoli Stati; in tal modo i nuovi arrivati eludono controlli e l’insieme di provvedimenti repressivi riservati
a vagabondi, mendicanti e a tutte quelle frange di popolazione in perenne condizione marginale che affollano, dalle città popolose alle contrade più remote, le strade dell’Europa dell’epoca; al contrario gli zingari godono di uno status sociale, quello del pellegrino per l’appunto, assolutamente protetto e tutelato.
L’abilità delle chiromanti zingare sconvolge e getta scompiglio nella tranquilla cittadinanza bolognese al punto che le autorità, non potendo allontanare i nomadi, a tutti gli effetti sotto protezione papale, si vedono
costrette, al fine di tutelare l’ordine pubblico, ad interdire il rapporto con gli zingari ai propri cittadini, nel frattempo accorsi in massa agli accampamenti fuori le mura per farsi leggere, nelle linee dei palmi, “la buona ventura”.
Decadute queste primitive forme di tutela ritroveremo gli zingari, in piena età moderna, divenuti oggetti di persecuzioni efferate e stanziati, nel tentativo di sfuggire alle violenze, nei territori più poveri e arretrati
d’Europa, e in particolare d’Italia. Nel Meridione escluso dai processi di unificazione nazionale proprio gli zingari, inseritisi al fianco delle miserabili popolazioni locali, contribuiranno ad arginare quella che dal grande etnologo Ernesto de Martino è stata definita “la perdita della presenza”. In una società contadina, relegata in limine a una intera civiltà in via di industrializzazione, l’individuo, irrimediabilmente tagliato fuori dai grandi mutamenti socio-politici, rischia di perder cognizione della sua stessa esistenza nel mondo.
E’ in questo contesto che gli zingari elaborano un loro modus vivendi e fondano la possibilità di una convivenza proficua e pacifica con chi, tra i Gagè, condivide la loro stessa marginalizzazione.
Saranno le donne, in primis, le attrici e il tramite di questa condivisione di vita: le romnia si aggirano per le allora poverissime montagne e le desolate campagne di Abruzzo, Molise, Basilicata offrendo i loro piccoli servigi: tra le altre cose sanno scrutare le linee delle mani, rincuorano, rassicurano e a ciascuno sono in grado di offrire una seppur minima speranza di vita migliore e il sogno, nonostante tutto e anche in quelle terre abbandonate e dimenticate, di un Buon Destino.
Le immagino presiedere, come la dolcissima Macci di cui gli etnologi hanno raccolto testimonianza, ai matrimoni, alle nascite e forse anche alle morti, aiutando chi resta a gestire la ferita dell’ennesima perdita, conseguente al trapasso doloroso che nel mondo zingaro non si identifica con l’univoca fine dell’esistenza terrena ma è sempre reiterato inizio, metamorfosi, vita ritrovata in forme nuove.
Ecco perché allora Carlo Levi ha potuto scrivere, non a torto, che “Cristo si è fermato a Eboli”: in quel pezzo di Italia ignorato dalla Grande Storia, tutto il rapporto con il sacro è traslato in mani femminili, a partire dal culto mariano per quelle Madonne nere definite magnificamente da Italo Calvino “Persefoni contadine”, e per arrivare infine alle misteriose donne girovaghe, ineffabili ma sempre presenti sulla scena della vita di chi
sembra non avere più alcun diritto di esistere.
Anch’essi ultimi tra gli ultimi, gli zingari hanno ritrovato un’immagine speculare di se stessi in Sara, la serva fanciulla, forse poco più che bambina, dalla pelle scura e gli ardenti occhi neri che leggenda vuole fuggita dalla Palestina divenuta teatro di persecuzioni efferate, al seguito di Maria Maddalena. Nell’esilio dalla Terra Santa, con lei si accompagnavano altre due donne: Maria di Giacomo e Maria Salomè, nelle quali un’antica tradizione ravvede rispettivamente la sorella della Vergine e la madre del discepolo prediletto, Giovanni, anch’egli testimone della Passione di Cristo. Lasciata Maddalena al suo eremo, la leggenda narra del loro naufragio sulle coste delle malsane e inospitali lande paludose della Camargue dove, stabilitesi a vivere, si diedero a convertire alla Parola evangelica genti ancora pagane. Esule dalla sua terra, condannata per peccati non commessi, Sara, la più miserabile, è stata eletta dal popolo Rom a propria Santa protettrice.
La statua che la rappresenta, abbigliata con un fasto da regina e sommersa di ex voto, il 24 maggio di ogni anno, nel corso del grandioso pellegrinaggio che riporta gli zingari da tutto il mondo nel sud della Francia, nella cittadina costiera di Les Saintes Maires de la mer, viene trasportata a braccia e bagnata nel mare da cui lei e le sue padrone arrivarono in quel giorno lontano di un tempo di cui ormai non si serba memoria.
Riportata la propria patrona, con una coreografica processione, nella cripta della chiesa che, si dice, abbia ospitato le sue spoglie, i Rom continuano a chiedere, come fanno ormai da secoli, grazie e miracoli, sostegno e protezione, o forse solo semplice ascolto alla Santa più piccola, misconosciuta ed emarginata della Chiesa cattolica.

Zingarofilia.

Prima puntata. Di Emanuela Miconi.

Da tempi immemorabili gli zingari calcano le strade del mondo, migrano come uccelli di passo da un luogo all’altro, sostano e ripartono, spesso allontanati, scacciati, perseguitati o semplicemente mal tollerati da chi zingaro non è, e mai, per nulla al mondo, vorrebbe esserlo. Immagine di un’alterità irriducibile, di loro ben poco conosciamo, al punto che anche il nome che attribuiamo al loro popolo, i Rom, per essi non riveste significato alcuno, se non quello generico riferito al sostantivo maschile “uomo”.

Di origini incerte, provenienti da un non-luogo misterioso, collocato in un esotico quanto più indefinito Oriente, poco propensi a compromessi culturali e, tanto meno, ad auspicate integrazioni sociali, i Rom oggi vivono ai margini delle nostre metropoli: un “popolo-resistenza” confinato nel degrado e nelle peggiori brutture di una civiltà sempre più determinata a emarginare, se non annientare, chi non si adegua a modelli e a parametri ritenuti univocamente “migliori”. Sporchi, brutti e cattivi, gli zingari, con la loro sola presenza, minano le sicurezze acquisite dai Gagè ( i non-zingari, in lingua romanès), rifiutano ogni prospettiva di omologazione a canoni esistenziali ritenuti poco consoni al proprio stile di vita, caparbiamente rivendicato e difeso. Per parte nostra, noi Gagè, opponiamo loro uno strenuo rifiuto e loro, alla stessa stregua, ci ripagano di una analoga moneta, offendendo in tal modo la nostra arroganza di civilizzatori del mondo.
Agli occhi dei più, irriducibilmente ladri, bugiardi, malavitosi, talvolta violenti, gli zingari popolano gli incubi dei buoni borghesi e al contempo ne alimentano i sogni di libertà e sensuale felicità. Di questo è testimone la grande letteratura, proprio perché sorta a contrastare quel mondo quotidiano che “ci affligge e ci affatica, e quel che è peggio ci annoia”, arte predisposta a creare “per noi mondi e oggetti diversi” e a rendere possibile a ciascuno, per un solo fugace, brevissimo istante,di “obliare la vita che fugge affannosa” (U. Foscolo) Carmen è magra, un tratto di bistro / cerchia il suo occhio di gitana. / Sono neri e sinistri i suoi capelli, / la pelle è il diavolo che l’ha conciata. // Le donne dicono che è orrenda, / ma tutti gli uomini ne sono pazzi: /e l’arcivescovo di Toledo / canta messa alle sue ginocchia (…) Così questa moretta / Vince le bellezze più altere,/ e la luce cocente dei suoi occhi / riaccende nei sazi la fiamma: // nel suo orrore piccante c’è un grano / di quel sale marino / da cui emerse nuda e provocante / da abissi amari l’acre Venere. (P.de Merimé)
Solo ad un poeta è consentito di trasfigurare le innumerevoli e anonime creature «magre et nigre» che hanno affollato le cronache del passato, le tante miserabili chiromanti, straccione e vagabonde per le strade dell’Europa moderna, in una figura di erotismo e sensualità che conserva nel suo intimo il richiamo alla più bella delle dee e consente anche al più reietto degli uomini di porsi a «passeggiare sovra le stelle» (U. Foscolo)
Chi non conosce Carmen? La dolce, sensuale e violenta creatura che giurando odio e amore in punto di morte al suo Don Josè, ricorda di essere per sempre la sua romnì, la zingara che suscita in noi, nella grandiosa
finzione della poesia, il moto di compassione e di umana pietà che in pochi, saremmo disposti a tributare anche a quella sua “profetica tribù dalle pupille ardenti” (CH. Baudelaire), di cui nulla ancora oggi sappiamo.

Con Manu ci conosciamo, siamo amiche, fin dalla nascita; lunghi pomeriggi a giocare e quante volte pranzo e cena insieme, ricordo ancora il profumo della fettina al burro che ci preparava sua nonna. Da bambine, in prima elementare, abbiamo partecipato ad un concorso in maschera, lei con costume ungherese ed io con l’abito tradizionale della cultura giapponese, un kimono con grandi fiori gialli su sfondo nero, che la mia mamma, sarta, mi aveva confezionato. Insieme abbiamo vissuto l’emozione del primo volo aereo da Genova a Roma. Abbiamo frequentato la stessa classe alle elementari, alle medie e anche alle superiori. Poi Manu si è iscritta a Lingue ed io ad Architettura e abbiamo condiviso la stessa casa a Genova, per due anni. Dopo l’università ci siamo viste nei momenti importanti, qualcuno molto doloroso, ma frequentate di rado. Il nostro legame è forte e malgrado i percorsi differenti condividiamo gli stessi valori. Ieri, domenica, ci siamo incontrate fino dal mattino a casa sua, ai Mazzocchi e dopo una tazza di caffè nero e una fetta di crostata, Manu ha raccontato in diretta Radio Antidoto come è nata la sua passione per gli zingari. Poi ci siamo dedicate, insieme a suo marito Marco, e in compagnia di Nina e Zoe, a mangiare e bere vino; ci siamo fatti un bel po’ di risate, c’è stato qualche momento di commozione e godendo il presente abbiamo ricordato il passato e riflettuto sul futuro. Senza che ce ne accorgessimo si è fatto molto tardi ed era notte quando ho fatto ritorno a casa colma di gioia.

Qui trovate la registrazione della prima puntata dedicata agli zingari. L’appuntamento è per domenica prossima con un altro racconto.

Emanuela Miconi laureatasi in Lingue e Letterature straniere all’università di Genova, è stata per quasi trent’anni insegnante in scuole di vario ordine e grado e nel 2006 ha ottenuto una seconda laurea in Filosofia. Entrata in contatto, per ragioni personali, con alcune famiglie Rom stanziate nella Francia meridionale, ha iniziato ad interessarsi alla cultura gitana, fino a farne l’argomento di un dottorato di ricerca in Letterature comparate, conseguito nel 2010 con una tesi dal titolo “Zingara strìa, zingara giudìa. Figure di alterità e marginalità, fra letteratura e storia, nell’Europa moderna”.
Come docente ha partecipato, negli anni 90, ad un progetto di
scolarizzazione di bambini Rom profughi dalla Ex Jugoslavia: ben poco,
rispetto alle aspettative didattiche, ha realizzato con i piccoli allievi
ma, in compenso, ha raggiunto lei stessa, con sua grande gioia, un discreto
livello di “romizzazione”, fatto che le ha consentito di meglio comprendere,
dall’interno, il mondo zingaro.
Ama visceralmente le lingue straniere e vorrebbe avere a disposizione
innumerevoli vite, disponibile anche al patto diabolico, pur di apprenderle
tutte, incluse quelle estinte!
Non in ultimo, appassionata di letteratura, filosofia, mistica ed esoterismo
continua, quando le è possibile, a leggere, studiare e scrivere, riempiendo
di sogni i suoi cassetti.
Vive attualmente con il marito e due cani tra la Liguria e le Alpi franco-piemontesi. Da tempo non frequenta più i campi rom (e li guarda da
lontano con un po’ di nostalgia) ma quando incontra gli amici li saluta
dicendo Mishtò e si accommiata da loro mai dimenticando di augurare a
ciascuno, dal più profondo del cuore, Taves Baxtalè.

* Mishtò e Taves Baxtalè sono i due saluti più usuali in lingua romanes,
parlata dagli zingari di tutto il mondo, rispettivamente traducibili il
primo con il nostro “ciao” e il secondo letteralmente con “Buon destino”.