Imparo la radio #2 – voce

Secondo appuntamento di autoapprendimento radiofonico e già si sfora coi tempi. Un’ora e sei minuti partiti con l’intento di affrontare l’argomento voce. Selezione musicale a tema, ma le digressioni prendono il sopravvento e finiamo a scrivere in diretta una e-mail collaborativa da inviare ad un cassonetto e da veder bruciare in un rito collettivo dedicato al fuoco dell’inferno.

Momento topico: a 8:20 perdo il controllo della nave e mixo involontariamente Bjork con la sigla di Storie Maledette.

Rigonia soccombe al Piede dorato

L’alternativa era parlare di come fare la spesa con i tacchi.

Rivedremo mai una comunione di intenti così estesa, nello stringersi a cordoglio per la scomparsa di un uomo? Di quell’uomo che si è ritrovato per le mani un talento di cui forse nemmeno lui comprendeva appieno la grandezza?

Probabilmente sì ma non tanto presto. Nel frattempo abbiamo assistito a fiumi di persone e fiumi di lacrime offerte in tributo al ricordo di un uomo che ci si è spinti a chiamare “Dio”. E questa è un’immagine di conservare, ripensando anche a chi era l’atleta (prodigio ineguagliato), a chi era l’uomo (problematico, profondo, sfuggente, amato, invidiato, criticato, smarrito, protetto, giustificato, difeso, scacciato, invecchiato, incompreso) – e a tutte le cose che, come persone, incontriamo nell’arco della nostra vita.

Come italiani, alcune delle vicende che hanno riguardato Maradona le conosciamo benissimo: calcio, donne, successo, droga, criminalità organizzata, campanilismo, cultura nazionalpopolare.

Buon ascolto.

La Visione

Oggi una puntata all’improvviso, cosi’ lanciata nell”eteredigitale” di Radio Antidoto, sull’importanza della visione propositiva. Ho fatto ascoltare da una conferenza del 1994 la voce di Dana Meadows. La Meadows e’ stata una scienzata importante, ha scritto “The Limits to Growth” tra le altre cose, e se non l’avevate ancora sentita nominare andatevi a fare il giretto tattico su wikipedia…

Nella puntata abbiamo ascoltato le 4 parti della conferenza, che rimetto qui per il vostro sollazzo:

Seconda parte: https://www.youtube.com/watch?v=XX4-cQRLsJs

terza parte: https://www.youtube.com/watch?v=g3bHU0hs9Xo

quarta e ultima parte: https://www.youtube.com/watch?v=D30klTyRS74

In trasmissione, che in via sperimentale e’ stata fatta a microfoni aperti e con un canale d’appoggio su Discord per chi avesse voluto intervenire live, abbiamo parlato dell’importanza delle pratiche che aiutino a costruire, condividere e chiarificare una visione positiva e coerente del punto dove, collettivamente e come singoli, vogliamo arrivare…

Grazie a Raffa che e’ stata sia l’inizatrice (passandomi il video che non conoscevo) che l’ospite in tramsissione.

Zingarofilia 4.

Identità e alterità. Carmen e la figura della zingara nella letteratura europea (prima parte).

Quarta puntata di Emanuela Miconi.

“Ogni venerdì arrivavano gli zingari (…) Vivevo in un terrore panico degli zingari (…) pensavo che rubassero i bambini ed ero convinto
che avessero messo gli occhi su di me. Ma nonostante questa tremenda paura, mai mi sarei lasciato sfuggire lo spettacolo della loro
visita, che era davvero splendido (…) Dalle spalle di molti pendevano dei sacchi e io, guardandoli, non riuscivo a fare a meno di
immaginare che contenessero i bambini rubati.”

Sono le parole del premio Nobel per la Letteratura, Elias Canetti che, meglio di altri, evidenziano, seppur attraverso gli occhi di un bambino, quella sorta di visione schizofrenica secondo la quale, nel corso di cinquecento anni di storia, le società maggioritarie hanno costruito e declinato lo stereotipo relativo agli zingari: stupore e meraviglia, da un lato; paura e diffidenza dall’altro.
In tal modo, proprio nel momento in cui le popolazioni rom venivano fatte oggetto delle più efferate persecuzioni, al contempo fungevano da modello per la costruzione, in ambito culturale, di zingari, e soprattutto zingare, “immaginate” e conformi a modelli completamente fittizi e in realtà inesistenti.
Figure di romnì cominciano a comparire nelle produzioni letterarie della Spagna del Siglo de oro, dando vita al topos della fanciulla rapita, ovvero la zingara che, non nata tale, lo è diventata nell’ambito di un processo culturale, conclusosi con la connotazione di un doppio status identitario.
Troviamo invece altre zingare, connesse maggiormente alla dimensione negativa dell’ambito sociale in cui si collocano le popolazioni romanì, “prodotte”, se così si può dire, nell’ambito di quella cultura popolare, dasempre immenso serbatoio delle tradizioni più arcaiche e radicate di ogni cultura.
In Italia centro meridionale assistiamo così alla comparsa dei Canti di maledizione degli zingari, in cui vengono riproposte le antiche leggende, per la maggior parte di provenienza balcanica, che vedono gli zingari come i fabbri artigiani, fornitori dei chiodi per la crocifissione di Cristo. Si staglia un po’ ovunque, sullo sfondo delle spettacolari processioni del venerdì santo, la figura della “zengara malacana” che insulta e tormenta la Vergine predicendole la morte del Figlio, contrapposta alla misericordiosa giovane zingarella o talvolta anche al piccolo “furgiariello” zingaro che invece promettono, pur non potendosi sottrarre alla maledizione gravante sul proprio popolo, di fornire “chiuovi piccul’ e suttuile ch’ nun hanna pircià ni n’ogna suia gentile” (chiodi piccoli e sottili che non dovranno bucare la carne neanche di un’unghia sua gentile).
Insieme alle “fanciulle rapite” delle originarie farças spagnole, i Canti rappresentano non solo una prima forma di cristianizzazione della figura della zingara, inserita nella liturgia dei rituali pasquali, ma anche una delle sue prime versioni letterarie e finzionali, sebbene ancora al livello di un contesto popolare afferente, per la maggior parte, alla cultura orale, in questo caso, del Meridione italiano.
Ogni società costruisce i propri “stranieri” e definisce come tale tutto ciò che non si adatta alle mappe cognitive, morali, estetiche del proprio mondo e, alla luce di questo mancato adeguamento, ogni società promuove una auto-rappresentazione andando a identificarsi con quanto la distingue dall’Altro-da-sé. La cultura, intesa come costruzione sociale, finalizzata ad agire sulla realtà sociale, contribuisce, a mio avviso, alla creazione di identità e “forme” di umanità tra loro diversificate.
Gli antropologi ravvedono, a movente di questo processo, la messa in atto di una vera e propria funzione antropopoietica, parolone derivato da quel verbo greco, poièin, che assume qui il duplice significato di “fare”, “modellare”, ciò che è già innatamente posseduto dall’uomo e, al contempo, di “costruire” ex novo quello che ancora non esiste, “inventare” un qualcosa che verrà in seguito assunto come realtà autonoma e indipendente.
In questo secondo processo è allora riscontrabile l’origine di quella serie di identità fittizie, nel nostro caso relative agli zingari, create e veicolate nell’ambito delle espressioni culturali, sulle quali viene a costruirsi l’immagine dell’Altro. In tal modo la diversità dello “straniero” è sublimata e “rielaborata” in una versione rassicurante, in quanto resa assimilabile, oppure definitivamente allontanata nel contesto della finzione culturale. Se la Storia ci consegna immagini dure, cruente a testimonianza di rapporti difficili, conflittuali, persecutori nei confronti dei “portatori di alterità”; di altro tenore è il compito della letteratura e dell’arte, così prolifiche nel produrre stereotipi funzionali al trattamento del diverso-da-sé. Ogni uomo è figlio del proprio tempo e, in questo senso, ogni forma d’arte non può che essere “realistica”, tuttavia solo alla finzione artistica è demandata la sublimazione di «quel mondo in cui viviamo (che) ci affatica, ci affligge equel che è peggio, ci annoia» e solo alla poesia può conferirsi la potenzialità di creare «per noi mondi ed oggetti diversi».
Bisognerà attendere l’800 per entrare, a pieno diritto, in quello che per la letteratura d’Europa è stato veramente il “secolo degli zingari” che con le sue eroine gitane – Carmen, Esmeralda, Azucena – ha popolato i sogni e acceso la fantasia di migliaia di lettori…….ma di questo parleremo la prossima volta!
Come sempre…….Taves Baxtalè a tutti!

Manu

Il secondo tascabile: duello all’arte bianca

Quando pensi di fare una pizza in casa e poi capisci che invece non è proprio il caso. Piuttosto: leggi un fumetto.

In questa seconda puntata tascabile di Rigonia (la 35), pensavamo di raccontarvi cose leggere, da domenica pomeriggio, di fumetti battuti all’asta a cifre record e classifiche di vendita – e magari di farci una pizza tutti insieme.

Purtroppo la parte relativa alla pizza si è rivelata più difficile del previsto. Non credo di aver mai riso così tanto in una diretta radiofonica ma sono assolutamente sicuro di non aver mai ammirato tanta passione per il processo di lievitazione.

Buon ascolto.

Rigonia #35 Edizione tascabile #2: Duello all’arte bianca

Ricevuto!

Oggi abbiamo ricevuto dagli amici del MUSIF/MIAI l’avviso dell’uscita del loro ormai mitico calendario. Credo di averli collezionati tutti… Quest’anno, sorpresa e’ particolarmente bello, tramite il lavoro in collaborazione con una (giovane?) illustratrice, Eltanin, di particolare talento.

Ciao!

…ricevi questa mail perche’ negli scorsi anni ci hai gia’ sostenuto prenotando una o piu’ copie del nostro ormai tradizionale calendario!

Crediamo quindi che ti possa far piacere sapere che da qualche giorno e’ disponibile la nuova edizione per il 2021: “it’s a lovely lab” con le splendide illustrazioni originali di Eltanin, ispirate a foto storiche che documentano l’evoluzione dell’informatica.

Puoi ordinarlo qui -> https://lovelylab.verdebinario.org/

Edizione limitata, ogni copia è numerata!

Come al solito, le sottoscrizioni raccolte saranno utilizzate per
sostenere le attivita’ dei due musei MIAI (Museo Interattivo di
Archeologia Informatica) di Cosenza e MusIF (Museo dell’Informatica
Funzionante) di Palazzolo Acreide.

Grazie e a presto,
Verde Binario + FreakNet

http://museo.freaknet.org
http://verdebinario.org

Vedete un po’ se potete sostenere i musei, e il loro lavoro veramente speciale, con una donazione e accattandovi il calendario.

ah, si, il vero lavoro di Asbesto e’ dirigere il museo di Palazzolo… ma non ditelo a nessuno.

il MIAI di Cosenza
Il sito (e il laboratorio) del MUSIF a Palazzolo Acreide

Indhicia


GioGio,ospite speciale Grazia e il suo libro Indhicia
“Performer artist,attrice,insegnante di giocoleria e di teatro,con Indhicia Grazia Piccini edita il suo primo romanzo,un incursione nel regno Fantasy, dove l’unico limite è l immaginazione”….
Una bella incursione su RadioAntidoto, dove il limite alle chiacchiere è stata la bella musica!!

GioGio ospita in una incursione un po’ rock, Grazia Piccini, giovane talento e amica sua, che racconta l’arrivo del suo primo romanzo, il percorso svolto,e da dove nacque l’idea di questo suo esordio. Un libro che potete liberamente aquistare in rete. Fatevene un idea e vedrete che ne vale la pena. Indhicia!

Imparo la radio #1 – setup

Ciao, sono alessantra e voglio imparare la radio.
L’unico modo che mi viene in mente per impararla è farla.
Perché Radio Antidoto è una radio che quando l’ascolti ti viene voglia di farla. E viceversa.

In questa prima puntata di setup abbiamo capito che se accendo il microfono si sente, che ho bisogno di selezionare dei sottofondi da non violentare e che si può intervistare la gente con i messaggi vocali.

Zingarofilia 3. La memoria.

Contaminazione e resilienza sono le parole chiave della puntata di domenica 15 novembre 2020.

Terza puntata. Di Emanuela Miconi

Lo sterminio dimenticato
“Kai jas ame, Romale?” (dove ci portano uomini?).
La domanda risuonava a mezza voce, saliva a galla dai pensieri taciuti, in mezzo a quegli uomini, che con le loro donne, i loro bambini e i loro vecchi venivano caricati come bestie sui vagoni dei treni destinati ad Auschwitz; “ tre o quattro carri di zingari per ogni convoglio di ebrei” secondo i dettami dell’efficientissimo Adolf Eichmann.
Nei campi di sterminio nazisti moriranno quasi undici milioni di persone, questa catastrofe passerà alla Storia e alla memoria dell’Occidente con il nome voluto dagli ebrei a ricordo perenne di quei sei milioni periti nelle camere a gas. Shoah significa distruzione, sciagura improvvisa, rovina, desolazione, luogo senza vita; denota un disastro di dimensioni cosmiche e include, nella sua area semantica, accezioni come buio, desolazione totale, vuoto assoluto, morte; un termine atto, quindi, a buona ragione, a rappresentare quel senso di non-vita e di anti-umano di cui si è
connotata la furia nazista.
I Rom chiameranno la loro tragedia, annegata per decenni nel mare magnum del silenzio colpevole dell’Occidente, Baro Porrajmos, il grande divoramento; se Shoah allude a una catastrofe immane, senza precedenti, il Porrajmos degli zingari ci trasmette la violenza con cui la strage fu perpetrata; divorare non significa solo inghiottire e far scomparire
nel nulla tutto ciò che poco prima era presente e vitale ai nostri occhi ma porta con sé il senso della distruzione e dell’annientamento riscontrabile solo nella belva feroce che si avventa sulla propria vittima.
Nella cultura rom, dei morti non si parla e, a maggior ragione quindi, quei cinquecentomila non possono che apparirci straziati e “divorati” dalla lucida furia omicida con cui è stata pianificata e messa in atto, nei suoi minimi e folli particolari, la “soluzione finale” che, ancora una volta, ha visto zingari ed ebrei, i”popoli senza stato”, annientati in nome di una codificata devianza genetica.
Gli zingari, troppo “ariani” per la loro provenienza geografica, a movente della persecuzione si è identificato in loro il presunto gene del Wandertrieb, l’istinto al nomadismo: teorizzazione quindi di una presunta degenerazione razziale, tesa a fornire il movente e la giustificazione di una repressione e del conseguente progetto di eliminazione.
Dapprima costretti a diversificate forme di ghettizzazione sociale e studiati e indagati come animali da laboratorio dai solerti scienziati del Reich, poi concentrati in campi di transito come quello solo oggi indicato da un monumento e una lapide nella turistica Camargue nei pressi di Salier, in seguito i rom vennero deportati in massa nei campi di sterminio
nazisti.
La conferenza di Wannsee nel Gennaio 1942, aveva sancito anche per loro, come per gli ebrei, la Endlὃsung, la “soluzione finale”, allo scopo di rendere la nazione tedesca definitivamente Juden (e Zigeuner) rein, “ripulita” dalla
presenza ebraica e bonificata dalla “piaga zingara”.
Dei 23.000 rom di Auschwitz, all’ultimo appello, risposero in……quattro! Si era a pochi giorni dalla liberazione del campo ad opera delle truppe sovietiche, quel 27 Gennaio 1945, data poi prescelta dal governo italiano nell’istituzione di un Giorno della memoria.
Anche gli zingari, insieme a milioni di altri esseri umani, si mutarono nelle Rauchseelen (le anime di fumo) levatesi dai camini di Auschwitz e disperse nel vento, ma di loro nessuna traccia pare esser rimasta: nessun oggetto ricorda la loro presenza nei Lager, nessuna memoria racconta del loro annientamento; solo grazie alla fortuita scoperta di un registro dello Zigeunerlager, sappiamo oggi della loro deportazione ma nessun testimone del popolo rom venne invitato al processo di Norimberga: si è dovuto attendere il 1994 per assistere, presso la sede dell’Holocaust Museum
di Washinghton, alla prima commemorazione delle vittime zingare del nazismo.
La notte tra il 3 e i 4 di agosto del 1944 viene ricordata come la Zigeunernacht: circa tremila rom presenti ad Auschwitz Birkenau vennero rastrellati e inviati, nel giro di poche ore, alle camere a gas del campo; eppure nemmeno in quell’occasione gli assassini riuscirono a piegare il piccolo popolo-resistenza, che fino alla fine lottò con forza per la
propria sopravvivenza, seppur nelle condizioni inumane del Lager.
Di quei loro morti nessuno più vorrà parlare: nella cultura rom ricordare i defunti equivale a ritardare, quando non impedire, il loro trapasso a una dimensione spirituale più elevata nelle gerarchie dell’Essere: è questa a mio avviso la testimonianza di una capacità di resilienza straordinaria che permette loro di non crogiolarsi nei rimpianti della memoria e del dolore, ma di consentire alla vita di continuare a fiorire e a rinascere dalla morte.
Ecco quanto di più importante i miei amici rom mi hanno insegnato: ho capito che la morte non è solo distacco, perdita e nostalgia ma soprattutto è metamorfosi e continuità: chi se ne è andato ci ha lasciato in eredità la sua
esistenza, una vita intera che siamo chiamati a vivere e ad amplificare nella nostra, destinata a sua volta a chi verrà dopo di noi.
In tal senso allora il fine del Giorno della Memoria potrà essere uno solo: fare nostra la morte di quei milioni di esseri annientati in uno dei momenti più oscuri e sconcertanti della nostra civiltà, arricchire della loro che è stata, la nostra esistenza che ancora sarà; affinché mai più, nel “mondo che verrà” (Olam Ba, lo chiamano gli ebrei), anche un solo singolo uomo, per la sua fede, il colore della sua pelle, le sue idee, la sua cultura possa essere ancora fatto oggetto di una “soluzione finale”.
Per questo, forse, ogni commemorazione funebre tra i Rom si conclude con le parole “Nais tu Devla”: grazie, Dio! Come Francesco: laudato sii, o mio Signore per nostra sora Morte…….nessuno di noi, in fondo, è così diverso e
lontano, ai quattro angoli di questo piccolo-grande mondo, dai suoi Fratelli…..come troppo spesso invece si vuol far credere!


Nais tu Devla,….. tanto tempo fa ormai, mi suggerì il testo di una canzone per Negrita, non se ne è fatto più nulla, volentieri lo regalo ai musicisti che mi leggeranno.


Nais tu Devla,
sulle navi negriere che portano gli africani di ieri nel mondo di oggi
Nais tu Devla,
sulle schiene curve nei campi del cotone
Nais tu Devla,
sull’Africa di domani e l’Occidente che sarà.
Grazie Dio,
per i Lager di tutti i tempi
in tutti i luoghi della Terra
per ebrei e zingari
oppositori e dissidenti
pazzi e omosessuali
comunisti, musulmani e partigiani
dissolti e cancellati
nel silenzio che non tace.
Grazie Dio,
per l’urlo di Hiroshima
per il cielo viola di Kabul e i suoi giocattoli di morte
per le milleduecento notti di Sarajevo e i fuochi delle sue finestre
per le donne di Bagdad, gli uomini di Israele e i bambini di Ramallah
per Elvira, per Mehmed e per Margota
nonostante tutto
Nais Tu Devla,
grazie Dio.

A tutti, dal più profondo del cuore, Taves Baxtalè.

Manu