Utopie?

Ieri sera ho letto in radio un piccolo testo corto composto per i 150 anni dell’unita’ d’italia e gia’ pubblicato su “altrove”, una mia raccolta di testi pubblicata da Farandula qualche anno fa.

Nel rileggerlo lo ho trovato abbastanza caruccio, da ripubblicare anche qui, per chi se lo sia perso in radio.

Quelli a cui puo’ interessare il libro per intero, giacche’ l’editore (farandula, di Reggio Calabria), che era onesto e intelligente non c’e’ piu’, possono trovarlo in print on demand su lulu.com oppure scaricare qui il pdf (ssssst e’ un segreto)

fredd

150 di questi giorni

L’Italia è una Penisola bagnata dal mare… che si libererà delle sue autostrade per usare di nuovo i suoi magnifici porti. Le merci saranno portate da navi a idrogeno e a vela anziché da TIR a gasolio.
E ne gireranno molte meno, perché sarà poco richiesto distribuire troppo lontano le cose, e fare pacchi piccoli.

L’Italia confinerà sì a nord con le Alpi, ma a sud ci si ricorderà dell’Africa. E tante belle navi solcheranno un Mediterraneo aperto portando gente merci e profumi di nuovo in Europa e viceversa, liberamente.

L’Italia si libererà delle periferie, degli ipermercati, delle mafie, dei ladri, dei governi e delle leggi, insieme al petrolio e agli americani coi loro missili e la loro CIA. La cucina nazionale sarà arricchita di mille piatti, di mille spezie, di mille prodotti nuovi e antichi, biologicamente coltivati e etnicamente contaminati. E sarà buonissima. Cuochi italiani imporranno di nuovo la cucina migliore del mondo ovunque, e sarà differente e geniale.

L’Italia sarà allora un Paese di giovani, in cui i vecchi saranno rispettati e tenuti in cortile, al sole, a poltrire, ma alla fine non conteranno più un cazzo. Ciò perché il potere sarà in mano alle femmine, donne enormi, benevole, potenti, dalle ossa grosse, dal cervello fino, e dalle mani grandi, capaci di mettere a tacere a sberle l’insolenza di un villano. Non si preoccuperanno più troppo delle canottiere e delle giacchette di figli sof- focati. Li lasceranno giocare nei cortili, nelle aie delle nuove case-agricole, per richiamarli all’ora della merenda dentro le grandi cucine collettive che comandano come un ammiraglio la propria portaerei e da cui controllano la nazione-villaggio.

Gli Italiani di quel giorno, gialli, bianchicci, nerastri, neri e figli di Annibale sapranno tutti fare qualcosa. Innestare un albero, potare la vigna, costruire un tavo- lo, un’antenna, una macchina a vapore, un network di wireless. E si scambieranno le loro abilità e conoscenze liberamente, tramite una rete di contatti e amicizie che renderà più pratico il baratto del danaro e del lavoro stipendiato. Chi saprà fare, da suonare uno strumento a riparare una bici, sarà ricco. E avrà il tempo per godersi la vita facendo cose belle.

Gli Italiani saranno ancora richiesti in tutto il mondo per costruire cose belle. Non più un bello imposto da altri italiani morti, ma il bello che hanno appreso dalla natura della loro Penisola, dalla loro lingua arzigogo- lata e complessa adatta a rappresentare sfumature, a fare ghirigori tra due significati, a inventare metafore impossibili. E soprattutto sempre più ricca di termini nuovi: di poesia araba, di metafore africane, di tecnici- smi cinesi impreziositi da voci incredibili. Voci italiane schioppettanti di dialetti sonori e beffardi o sottili e sibillini.

E poi so già che la Penisola sarà percorsa da persone a piedi, in bicicletta elettrica o a cavallo e non più da automobili. Qualche scienziato italiano avrà persino trovato il modo di far sì che i batteri mangino l’asfalto e lo trasformino in humus. E allora autostrade, svincoli e rotonde saranno campi, anacronistici piazzali per giochi, prati e campi fioriti.

I ragazzetti italiani non giocheranno più al calcio, che sarà caduto in disuso allora, ma al rugby, alla lotta e a mille giochi strambi, conditi a volte da sassaiole fra tifoserie avverse, che pochi schiaffoni delle femmine arbitro potranno facilmente mitigare. Il termine SPORT, obsoleto e anacronistico, non lo userà più nessuno, mentre le carcasse delle televisioni, in attesa che qualcuno trovi il batterio giusto per digerire la plastica e il vetro, serviranno a far giocare le galline nei pollai. Gli italiani di allora saranno tutti magri, perché dovranno correre tutto il giorno in salite e in discesa e non sapranno più neppure che vuol dire essere grassi e invidiosi.

Come gli ebrei di Mosè nel deserto, noi saremo tutti già morti allora.
Forse in tutta la Penisola di Italiani ne saranno rimasti un 20 per cento, senza bisogno di guerre o rivolu- zioni, solo perché gli ItaGLIani tristi, quelli di prima, un po’ pensavano solo a scopare e non a far figli, servi del loro stesso edonismo cretino, e un po’ morirono di fame, senza fare troppo rumore, nei parcheggi degli ipermercati. Fu quando mancò la luce per sei mesi nel grande cataclisma del 2020. Ma gli ItaGLIani di prima, quelli un po’ stupidi e ladri e che si sono estinti, non mancano a nessuno…

A scuola, vicino all’albero di ciliegie, ci sarà qualche ragazzino che sogna leggendo Calvino, Marinetti o Pasolini e sarà fiero di quella lingua piena di glorie che usa ancora per fermare ciò che sa essere bello e scrivere poesia anche in una lista della spesa.

Quel giorno qualcuno leggerà o guarderà sottobanco nel suo microcinemaportatile anche un “Bonelli”, trovandolo un po’ fuori moda, arzigogolato, o esageratamente surreale, eppure godendo del suo piccolo peccato. Un buon Bonelli, di quelle letture che al liceo ti proibiscono perché son “frivole”, che la mamma censura a ceffoni, ma che sotto sotto approva, ricordando di come tuo padre la sedusse, spacciando per farina del suo sacco una sua poesia.

Bek Tu De Rutz

Oggi ci immergiamo nel suono del “Boom Bap”. Ritmo che ha reso grande questo genere musicale, l’Hip Hop. Ci concentreremo in particolar modo su Hip Hop italiano che cominciò con i SangueMisto e l’album sXm per poi creare una subcultura di grande importanza per la scena artistica italiana. Dalla nascita delle Posse fino a gli ultimi ComboPack come Death Poets (con i beat firmati FastCut) viaggeremo fra le note che hanno reso grandi queste poesie musicate. Poesie musicate che ricoprono un ruolo importante all’interno di RadioAntidoto, infatti spesso ci divertiamo a scrivere rime sulla nostra chat ufficiale di Telegram e poi le declamiamo o rappiamo in diretta. Il nostro sistema di “quartine” funziona fin dall’inizio di questa esperienza radioamatoriale. Parallelamente alle trasmissioni che portano avanti l’ ERRE A PI (Rap) io, Vittorchino, sto producendo basi, rime e scratch come fa un vero bboy. In questa puntata sarà presente anche una strofa inedita, cantata su una base inedita, campionata da un brano di Muddy Waters, uno dei primi blues man che ha cambiato il suo vero nome in quello che poi è rimasto alla storia come Acque Torbide, perché da piccolo era solito rotolarsi nel fango, sua nonna gli diede questo soprannome. Il mio è Chino (si legge cino all’inglese) ma questa è un altra storia. Non porto niente di nuovo, sono solo la dimostrazione che il Boom Bap Never Dies. Quindi preparate le cuffiette, lasciate muovere la testa, spalle ferme perché ci aspetta The Return of The Boom Bap.

Un iceberg chiamato “Cenerentola”

Nella puntata di “C’era una volta la fiaba” avvenuta ieri sera, 28 Aprile, si è parlato della fiaba di Cenerentola, dalla sua nascita ai suoi significati e, sopratutto, alle caratteristiche che hanno portato a farla diventare da archetipo della fanciulla che ottiene il suo riscatto sociale, a stereotipo con cui riferirsi tanto ad una persona quanto ad una cosa.

Per via della quantità di simboli e informazioni nascosti nelle 345 versioni esistenti della fiaba, la si è voluta paragonare ad un iceberg, dove la punta è costituita dal racconto mentre il resto può essere raccolto in 3 parole chiave: Podomanzia, Crudeltà, Lapsus Grammaticali.

Podomanzia: la parola si lega alle sue origini, divise in due culture ed epoche storie ben diverse da loro, ovvero l’Antico Egitto e l’antica Cina Imperiale, ma entrambe legate all’arte della divinazione e lettura della pianta del piede. Da ciò si ritiene derivi la nascita dell’oggetto simbolo di questa fiaba, ovvero la scarpetta.

Crudeltà: nella fiaba di Cenerentola è una tematica importante, perché è quella che spinge la protagonista al suo cambiamento, al suo riscatto. Tuttavia è giusto sottolineare che non in tutte le versioni la crudeltà è legata unicamente alle figure della matrigna o delle sorellastre: la protagonista stessa, nella versione di Basile, non esita a compiere un omicidio pur di ottenere un po’ di felicità, cosa che però gli sarà negata dalla donna a cui aveva dato piena fiducia.

Lapsus Grammaticali: il cambiamento della scarpetta originale, in materiali quali stoffa o cuoio, in cristallo è legata ad un errore di traduzione e scrittura in francese della parola “pelliccia”, Vaire, fatta diventare “vetro”, Verre. Questo ha comportato un cambiamento enorme nella fiaba stessa, i cui significati e simboli sono stati ribaltati e, per certi versi, anche sminuiti a favore di una fruizione più “leggera”.

Se questa parole sono riuscite a darvi un po’ di curiosità, l’invito è di scaricarvi la puntata e sul sito https://tinyurl.com/radioantidoto

Se avete avuto modo di sentirvi la puntata e avete voglia di ascoltare la storia del libretto della Cenerentola, con le musiche composte, da Gioachino Rossini, potete andare al seguente link: https://www.spreaker.com/show/le-storie-allopera

Creare è dare sé stessi

Nella decima puntata di Rigonia, trasmettiamo un messaggio al nostro passato, uno spunto di consapevolezza.

Qual è la prima cosa da fare, di fronte a un’azione? Spogliarla dei suoi significati. Creare non corrisponde a quello che si ottiene alla fine, così come viaggiare non corrisponde semplicemente alla meta che si raggiunge. Il processo è l’oggetto, il processo sta sopra ogni cosa. Allo stesso modo, cosa importa se un albero cade in un foresta, e nessuno lo sente? Cosa vuol dire? Che forse gli alberi non devono più cadere, che se un albero cade dev’esserci per forza un pubblico?

Creare vuol dire operare un atto di creazione, viaggiare lungo il sentiero che dal pensiero arriva l’oggetto – e poi ancora oltre, come la trasmissione radiofonica nasce nella mente del suo autore ma si nutre dei contributi dei suoi ascoltatori. Così, allo stesso modo, la decima puntata trasmessa dal pianeta Rigonia ecco cosa riceve, nello scambio, nel momento in cui ha accettato di accendere le sue antenne nonostante tutto, nonostante anche la possibilità di non essere captata: il contributo di una comunità che vive delle voci della sua radio e che gioca a creare significati gli uni con gli altri.

Da principio, però, c’è sempre la volontà di lasciarsi andare, come l’albero che cade. Forse nessuno sentirà il rumore che farai quando sarai caduto – e tuttavia, se non ti lascerai andare, non potrai saperlo. Creare è lasciarsi andare, aprirsi, mettersi in gioco. Chissà: magari poi alla fine l’albero, anche se si lascia andare, non cade. Magari trova qualcuno, lì, che è pronto a sorreggerlo.

non-organizzazione

Come abbiamo fatto partire questa radio è un esempio di non-organizzazione. Il modello che abbiamo usato è quello già da noi esplorato con Trasformatorio. Non è particolarmente complesso ma è molto potente.

Innanzitutto ci vuole la motivazione. E questa c’era. Un nucleo di persone con un certo livello di trust l’uno negli altri e una voglia di creare assieme e il tempo per farlo.

Poi il modello è quello della non-organizzazione. Sembra uno scherzo ma non lo è. È una pratica diffusa più di quanto si creda e persino teorizzata in molti ambiti (vedi in nota):

  • arrivare il prima possibile a un prototipo funzionante: la prima trasmissione radio, anche se con mezzi di fortuna, il filato della “performance” con il materiale della prima prova e un disegno minimo ma funzionante il prima possibile;
  • un pad di programmazione in cui è richiesto a chi partecipa di inscrivere il suo programma “prendendo il suo slot”, il pad vale solo oggi e domani, per prendere lo slot devi guardarlo e aggiornarlo da te;
    • il pad serve per tenere informazioni scoperte via via e utili agli altri;
  • la struttura tecnica minima (il server, le onde) da semplificare al massimo.

Segue poi una fase di assestamento più o meno lunga in cui è necessario fare attenzione a:

  • condivisione immediata dell’informazione senza struttura gerarchica (lasciando che si formino gruppi, circuiti preferenziali, spazio per il caso);
  • lasciare esplodere i piccoli conflitti per trovare soluzioni ad hoc di pacificazione dei medesimi e imparare a gestirli;
  • attenzione al flusso creativo che va permesso sempre e non ai ruoli che vanno tenuti fluidi facendo attenzione non si sclerotizzino;
  • stabilizzare con l’uso una piattaforma di comunicazione interna rapida (nel nostro caso Telegram Backstage);
  • trovare una piattaforma di comunicazione esterna (Shoutbox, Telegram Ascoltatori), si formano naturalmente tre gruppi dinamici, ascoltatore puro, ascoltatore partecipante e “old ones”. Cercare di mantenere permeabili questi tre ambiti è una delle cose che ho imparato su progetti più lunghi.

Alcune cose che ho notato nel tempo

  • Bisogna lasciar morire i rami secchi se ce ne sono, favorire gli entusiasmi sempre, trovare spazio continuamente a chi ne necessita, ogni tanto aumentare il caos;
    • all’inizio lo abbiamo fatto con la programmazione aperta, ovvero senza scaletta la domenica, poi è diventata la tecnica dell’incursione libera, ce ne saranno altri di modi per sperimentare e aumentare il caos, sono benvenuti!
  • Se sclerotizza aggiungere rumore, se troppo rumoroso semplificare con regole o azioni d’ordine.
  • Lasciare che le diversità si esprimano come vogliono.
  • Accettare sempre che la situazione possa sfuggire di mano per un momento per creare momenti di auto-organizzazione “a valle” magari inaspettati.
  • Nessuna censura sui contenuti, il minimo indispensabile sui comportamenti.
  • Discutere sempre ma con un tempo massimo (a feeling, come il sale nelle pietanze).
  • Tenere la porta aperta per entrare, uscire, rientrare, la festa è aperta.
  • Coltivare spazi per la comunicazione informale, che è difficile soprattutto in quarantena, ma che stiamo diventando bravi a inventare in ogni momento, voi più di me.
  • Volersi bene (andrebbe messo al primo posto ma sta bene qui, è un amore modesto).
  • Rispettare l’arte cui si appartiene e i propri limiti; lo stretching si fa poco per volta non tutto assieme.
  • Imparare è bello, sempre, non si smette mai.
  • Insegnare è imparare.
  • Alternare il momento dell’azione sul sistema con il momento dell’osservazione senza agire.
  • Imparare dall’azione, lasciare agire per imparare dagli altri.
  • Dare voce alla propria frustrazione e dubbi ascoltandola senza giudicarsi; fare lo stesso con quelle degli altri.

Per i curiosi: date una guardata alla voce su Wikipedia Unconference.

Come procedere…

  • ci siamo detti, dobbiamo fare un assemblea aperta della radio, per parlare di cosa vediamo sta succedendo(ci) e di dove ci sembra stia andando;
  • vorremmo sperimentare di più con il mezzo;
  • vogliamo continuare a credere che possiamo vivere la festa del secolo quando ci ritroveremo tutte/i dal vivo;
  • EE.VV. 🙂

Un abbraccio…

VSV fredd

E.R.D. words&rec

Duration as a movement condition _Repetition makes it happen_Simple_Repetition_Duration_easy Coordination_Direction_Seeing the space around you_The Earth is our Room_The Earth is our Rum_Keep it clean__LAND.

BASICS

Weight_Space&Time_Lines&Curves_Direction (Suggested isolation)_Spirals_Open-Close_Finding CONFyD(a)NCE_Trust the Rhythm_Edventually EXXAGERATE_Suspension in <between>_Many Possibilities_Bend or Stretch_Rotate_Slide___ Squeezing all muscles.

Everything is there already_Everything is there already

Visualizing each Segment of the body_many layers _ ___so many links ____ _____ __ ___ ____ ____ __ _ Inside Out_Cells_Organisms_Liquid_Fluid_Organs___ Bones_Articulations_gentle muscular tension_sKin_ on top of the sKin_hairs__AIR_ ___ ____ ________moving the air________ _________________________________________________ Breath in_________________________________________ Breath Out_______________________________________ Breath in_________________________________________ SUSPEND_______________________________________ LET GO_________________________________________ Stretch your heart like a chewingum _ Like a seaweed in the bottom of the ocean_internal architecture_ Discovering New Corners.

Take Time To Digest Your Emotions_Experience tells more than words_Movement through Sound_Words Projected in the Space_Space inside our bodies_Space in <between> layers_make space in your spine_give space to your iMAGiNATiON_ Your Home is where your Butt is_the weight of your butt is the power of your love_movement never stops.

Overcoming Desire_Driving instinct_Trusting Taste_Available Attitude_Flexible mind_Organic Body_ Shake your Troubles.

Express your intention_Allow the Surprise to come__ Let go the Execution ______ be the source________ the Decision is realized in the act itself.

WALKiNG on top of the waves of RADiO ANTiDOTO

if you want to share your thoughts, feelings, sensations, feedback about your E.R.D. experience , send a mail to: se vuoi condividere pensieri, sensazioni, emozioni e opinioni riguardo la tua esperienza E.R.D. , mandaci una mail all’indirizzo sottostante.

erd@radioantidoto.org

…a little memory of that day ! Grazie ai fantastici Ludovica Luca Giorgia Cai Alessandro Alessandra Cris Federico Vittorio Lucy Francesca Cristiano il Dinosauro Riccardo Cleer Chiara Sophie ! Grazie Radio Antidoto !

Grazie ! Thank You !

Solarpunk e acqua calda

Non un’utopia ma una mappa per arrivare ad una società sostenibile, sostenibile come ARETHA che produce acqua calda usando legno e lana di pecora.

Lana di pecora, legno e materiali riciclati le armi dei guerrieri del solarpunk

Non mi era mai capitato che il talent scelto per l’intervista mi dicesse di non aver mai sentito parlare dell’argomento della nostra chiacchierata, eppure, il fatto che l’intervista a Paolo Bonelli sul solarpunk inizi con Paolo Bonelli che mi chiede di spiegargli cosa è il solarpunk non è un errore, non ho scelto male il mio talent, è che il solarpunk è una nicchia all’interno di un movimento a sua volta di nicchia. Un movimento di nicchia nel mondo, e quasi sconosciuto in Italia, un movimento del quale Paolo Bonelli è entrato a far parte, senza saperlo, quando ha creato ARETHA (AiR Exchange THermal Assembly): un collettore solare realizzato con materiali poveri e di recupero, uno strumento per riscaldare grandi quantità di acqua usando solo materiali riciclati, e facilmente reperibili ovunque, senza bisogno di fabbriche, strutture o grandi investimenti, nel più totale rispetto dell’ambiente. Insomma, in pieno stile solarpunk.

Ma procediamo con ordine e rispondiamo alla domanda di Paolo Bonelli: cosa è il solarpunk?

Il solarpunk nasce come movimento letterario di fantascienza ottimista, ambientalista e socialista ponendosi subito in netta contrapposizione al movimento del cyberpunk. Laddove l’eroe cyberpunk è un lupo solitario (quasi sempre maschio) che si muove in un panorama (meglio ancora se postatomico) dove la natura è stata ridotta allo stremo da una tecnologizzazione indiscriminata e dalla distruzione delle risorse naturali, l’eroe solarpunk è un individuo (spesso una donna, una persona appartenente ad una delle comunità al margine, una persona dalla sessualità fluida o una persona dalle diverse abilità) che si muove in una ambiente caratterizzato da una natura lussureggiante che abita gli spazi urbani fondendosi in modo organico alle infrastrutture, in un panorama luminoso e armonioso che ricorda lo stile liberty.

Al centro del movimento solarpunk c’è il tentativo di costruire una società altruista e rispettosa della natura, con un’economia basata sull’utilizzo di energie rinnovabili. Un futuro che non rinnega la tecnologia ma la abbraccia per utilizzare quelle soluzioni (come la biologia sintetica e le reti sensoriali) che permettono alle comunità di vivere nel benessere, libere dalla schiavitù dell’economia al servizio del profitto individuale. Non un’utopia ma una mappa per arrivare ad una società sostenibile, sostenibile come ARETHA.

Paolo Bonelli ci racconta in questa intervista la genesi di ARETHA, un prototipo sperimentale di pannello solare in grado di produrre acqua calda per vari usi, impiegando materiali poveri come legno e lana di pecora al posto di quelli usati comunemente nei sistemi commerciali, e semplici tecniche costruttive, con tecniche concepite per impieghi in paesi in via di sviluppo o aree rurali, dove, vi è necessità di acqua sanitaria per ospedali o per il riscaldamento di serre o abitazioni. Una tecnologia che non richiede manutenzioni specialistiche o pezzi di ricambio che solo la casa madre è in grado di fornire, una tecnologia basata sull’impiego di materiali poveri, reperibili anche in luoghi lontani da contesti industriali e facilmente trasportabili, che richiede minime competenze tecniche per la sua costruzione e manutenzione. Questo significa anche sviluppo di piccole economie locali, spesso ignorate quando si realizzano opere finanziate da paesi più ricchi.

Il gioco delle poesie lette sul momento

Un’incursione ma anche un esperimento ma anche una cosa fatta di pancia ma anche un modo per scialarsi.

Nella mattinata del 23 aprile 2020, in una delle tante incursioni su Radio Antidoto, abbiamo giocato a leggere le poesia sul momento. Le poesie sono state messe in onda via Telegram, approfittando del naturale missaggio che l’app realizza quando c’è una musica che va e si vuole ascoltare un vocale. Di seguito gli estratti delle letture e i testi delle poesie su cui ci siamo cimentati.

Il balcone (Eugenio Montale)

Pareva facile giuoco
mutare in nulla lo spazio
che m’era aperto, in un tedio
malcerto il certo tuo fuoco.

Ora a quel vuoto ho congiunto 5
ogni mio tardo motivo,
sull’arduo nulla si spunta
l’ansia di attenderti vivo.

La vita che dà barlumi
è quella che sola tu scorgi. 10
A lei ti sporgi da questa
finestra che non s’illumina.

Legge: Fredd

In me il tuo ricordo (Vittorio Sereni)

In me il tuo ricordo è un fruscìo
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l’altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull’estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d’anime che se ne vanno.
E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

Legge: Rigoni

Le mani (Vittorio Sereni)

Queste tue mani a difesa di te:
mi fanno sera sul viso.
Quando lente le schiudi, là davanti
la città è quell’arco di fuoco.
Sul sonno futuro
saranno persiane rigate di sole
e avrò perso per sempre
quel sapore di terra e di vento
quando le riprenderai.

Legge: Marty

A se stesso (Giacomo Leopardi)

Or poserai per sempre,
Stanco mio cor. Perì l’inganno estremo,
Ch’eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
In noi di cari inganni,
Non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
Palpitasti. Non val cosa nessuna
I moti tuoi, nè di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia
La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
L’ultima volta. Al gener nostro il fato
Non donò che il morire. Omai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che, ascoso, a comun danno impera,
E l’infinita vanità del tutto.

Legge: Fabio

Meriggiare pallido e assorto (Eugenio Montale)

Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro d’orto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.

Nelle crepe dei suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano
a sommo di minuscole biche.

Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com’è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Legge: Rigoni

La declamazione futurista (F. T. Marinetti)

Legge: Fredd

E allora noi vili (Cesare Pavese)

E allora noi vili
che amavamo la sera
bisbigliante, le case,
i sentieri sul fiume,
le luci rosse e sporche
di quei luoghi, il dolore
addolcito e taciuto ‒
noi strappammo le mani
dalla viva catena
e tacemmo, ma il cuore
ci sussultò di sangue,
e non fu piú dolcezza,
non fu piú abbandonarsi
al sentiero sul fiume ‒
‒ non piú servi, sapemmo
di essere soli e vivi.

Legge: Fredd
Legge: Cris
Legge: Chiara

La capra (Umberto Saba)

Ho parlato a una capra.
Era sola sul prato, era legata.
Sazia d’erba, bagnata
dalla pioggia, belava.

Quell’uguale belato era fraterno
al mio dolore. Ed io risposi, prima
per celia, poi perché il dolore è eterno,
ha una voce e non varia.
Questa voce sentiva
gemere in una capra solitaria.

In una capra dal viso semita
sentiva querelarsi ogni altro male,
ogni altra vita.

Legge: Chiara

Infine, c’è una poesia che non è stata letta…


George Gray (Edgar Lee Masters)

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrí e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio –
è una barca che anela al mare eppure lo teme.


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