la pentola e la torta

Questa settimana e fino al 29 di maggio Radio Antidoto partecipera’ all’ Open Publishing Festival, un incontro, globale e locale, di iniziative di e su la cultura aperta, e quindi “cultura”(*). Non solo tematiche su cosa sia e come farla ma anche sul mantenerla e su come pubblicarla.

(*) Questa idea di potere, basato sull’occupazione dello spazio e del tempo intesa come “risorsa” all’interno di un “processo di produzione e consumo” e’ l’ossatura portante della attuale malattia del pianeta. E’ un discorso largo e lungo che gira intorno alla nozione di bene comune, ovvero ancora di CULTURA che per la scarsa immaginazione del mondo anglosassone e’ solo il “commons”; il pascolo su cui brucano le pecore di tutti. Una cultura chiusa non e’ cultura. Per definizione non ci cresce nulla di buono o di “altro”, solo cio’ che il padrone dei diserbanti vuole ci cresca.

(fredd che si autocita in modo orrendo)
Festival Logo

Il “bene comune” come puo’ e deve essere pubblicato e come farlo e sostenerlo e’ un po’ il tema di questo festival a cui parteciperemo e che esploreremo dal punto di vista della radio.

La prima operazione e’ stata inventare una “chiamata alle armi”, in italiano e in inglese. L’ edit e’ stato brillantemente portato a termine da Cristina Marras.

E poi ci siamo fatti prendere la mano.

Perche’ l’inglese si e il sardo no? O il Siciliano? O il Valenziano o…

Call for action VALENZIANO (a cura di Cristina Marras)

Pensavo, osservando questo entusiasmo, cosa significa oggi registrare in “tutte le lingue”? E’ una chiamata a condividere cio’ che ci e’ vicino, da dentro il cubetto di spazio (e tempo) che il lockdown ci ha lasciato a disposizione…

Mi e’ balenato per la mente il concetto di “melting pot”, il crogiulo(sic!), il pentolone della strega, dove tutte le culture diventano una sola. E’ un concetto che ci fa un po’ schifo. E’ malvagio o nella migliore delle ipotesi una delle piu’ facili possibilita’, la meno attraente.

Dal punto di vista culinario il MELTING, lo squaglione, punta di per se’ a un piatto noioso, la zuppona in cui si mette di tutto e poi non sa piu’ di nulla. Certo c’e’ la fondue, piatto pero’ fatalmente monocibo. Se sei un formaggio, bianco e protestante, ti accettiamo pure nel pentolone della nostra festa chic. Immaginiamo l’ipocrita fondue con i suoi penosi processi digestivi e in cui fatalmente, ci insegnano magistralmente Goscinny e Uderzo, in Asterix e gli Elvezi, il pezzo di pane dell’entusiasta si perde con conseguenza dolorosissime.

Ci immaginiamo anche indigeste, continue, colate d’acciaio. Da questo crogiulo imperialista, vincitore in repeat ad nauseam di guerre mondiali; ghisa, pesante, accademica, pericolosa, o comunque insapore, ostentatrice di complessi di colpa papavero sul bavero, che con la seconda mira a farci scordare la prima mondiale carneficina.

Colata ILVA, e meridionalismo assistenzialista e tossico, invece di gioia e cieli blu. Certo il pentolone puo’ essere declinato in modi piu’ graziosi. La cultura Cinese per esempio ha creato enormi pentoloni attorno ai quali i commensali cuociono ognuno mettendo dentro da tanti piattini una miriade di cose diverse. Addirittura esistono ristoranti specializzati che offrono il pentolone Ying-Yang nei cui due lobi divisi convivono il piccante con il brodo normale… Pero’ poi nessuno bada dal piattino di chi arrivava la cosa che con le bacchette tiri su per mangiarla. E Si divertono tanto…

Ma possibile che si riesca a immaginare solo enonomicissimi pranzi fatti di zuppa?

Che errore madornale! Certo che no!!!

C’erano migliaia di ingredienti diversi, quante sono, (o meglio erano) anche le culture del mondo, che il globalismo liberista corporativo e anglosassone ha omologato. Sopravvivono nei nostri ricordi veri o immaginari. Non mi pieghero’ a elaborare modi di “fare cultura” che finiscano poi a dover sapere di mono-glutammatici bi-linguistici e insipidi zupponi.

E’ ora di spolverare il nostro istinto artistico-culinario e spiegare al mondo che esistono anche le torte!

Inedite architetture policulturali, siano pure barocchi arabeschi dolci e squisitamente ornati, come un centrotavola da matrimonio, nato per servire occhi e non stomaci satolli, o divini esempi di funzionalismo razionale (perche’ no, la Sacher-torte!). Tutti quegli inutili e spettacolari esempi d’uso di qualsivoglia elemento per la gloria della cena e non piu’ per l’otturazione degli stomaci!

Torte! Che si alzano incredibili al centrotavola non piu’ occupato dalle vostre brodaglie. L’oggetto che riassume e definisce il momentoe che si attende alla fine, per poi darsi a Dionisio e alla digestione…

Tutto il mondo puo’ imparare tutte le lingue? Non sarebbe utopia impararne almeno tre. Non e’ meglio l’esperanto? Ma a voi ha mai dato soddisfazione una cena fatta con le polverine e il brodo liofilizzato? Forse. Ma tutte le sere?

Tre lingue ce le potremmo permettere tutti. Ma non solo, e’ questione di accettare l’onesto altro. Il CAPIRE e’ comunque sopravvalutato, e spesso anche autoreferenziato. Basta con il doppiaggio, basta traduzione in inglese istituzionale e sgrammaticato, basta monolinguismo, pidgin e zupparolo… e’ finita l’era del curatore che ti prende per mano, della casalinga di voghera, del conduttore marpione…

Possiamo finalmente intendere le culture del mondo nel modo giusto apprezzandone la letteratura, confrontandola con la nostra, imparando a scrivere. Ma se serve un altra spiegazione per estendere a tutti il concetto, servitevi pure della mia metaforica culinaria. Una introduzione garbata del curatore-ospite (possibilmente) o cameriere (se necessario), per mangiare con le bacchette, o apprezzare con il vino giusto il casumarzu… E’ esattamente come facciamo con la cucina, non solo al ristorante ma anche andando a scambiarci ricette con i vicini.

Dal panino al macco di fave, piacere immediato o in un contesto particolare, ognuno con le sue preferenze e la sua gioia o possibilita’ di dire “no grazie”.

Noi italiani lo sapremmo fare ancora, istintivamente. Era il cuore di quella cultura “italiana” maciullata dal XX secolo e asfaltata nei primi anni del XXI che reinventeremo da zero. Da oggi.

La nozione che con due o tre ingredienti, anche poveri ma di qualita’ si fanno piatti buonissimi ci appartiene… e il gusto per riconoscere alla prima occhiata cosa ha qualita’ e cosa e’ solo rosso e tondo ma non e’ un pomodoro… quello lo diamo per scontato, a costo di rimanerci fregati! Ottimismo e palati aperti a tutto per le generazioni di nuovi italiani ovunque siamo nell’Altrove!

Non c’e’ quindi alcun bisogno di ossequio alla tradizione nazionalista professorale, ne di buttare di tutto dentro al pentolone del anglofono pro domo sua del multiculturale. Noi alziamo architetture di sapori nuovi al cielo, con amore e fantasia. La policultura immaginiamola come una s-cultura; vita nuova da mangiare in buona compagnia. Nessuno si senta escluso, e a tavola si entra tutti, basta stringersi un po’…

PS: a mangiare da soli ci si strozza…

About the author

Alchemist, enzyme or philosopher by fire,
My expertise is creative research, a term without boundaries. I am interested in developing talent mentoring and consulting. Sometimes it involves walking in the woods blindfolded.

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