INDIE SPACE presenta Alex Wide – “ANCHE I FANTASMI HANNO UN’ANIMA”

Nell’ambito della lunga MARATONA del 21 dicembre 2020 dedicata al solstizio d’inverno che ha coinvolto tutti i broadcaster della radio in una sorta di rito magico collettivo intersecando la congiunzione astrale tra Giove e Saturno, l’INDIE SPACE ha presentato l’ultimo progetto musicale di Alex Wide – ANCHE I FANTASMI HANNO UN’ANIMA – dal 20 dicembre presente in tutti i digital stores e piattaforme musicali.

Un disco che evoca alla mente “I poeti onirici”, l’epica di Rancore e i primi testi di Shiva come “Cotard Delusion” o “Il piccolo principe”.

Un album intimo e penetrante, in grado di evocare i nostri fantasmi psichici cui viene riconosciuta una realtà sostanziale nella sofferenza di un’anima a sé stante.

Ottime le produzioni musicali di Marco Balbo che traducono in musica esattamente l’atmosfera intra ed extra psichica che i testi esplicitano. E questo connubio viene ulteriormente confermato dai featuring di Julie Charges e Lux 448 che rappresenta proprio il fantasma e riporta alla mente le eclettiche e controverse ricerche di Corrado Malanga sulla corrispondenza tra “alieni e demoni”, tra testimonianze di rapimenti alieni e moderni esorcismi.

Abbiamo raggiunto Alex Wide per fargli qualche domanda e quella che segue è l’intervista tra Johnny Lizard ed Alex Wide. A seguire potrete riascoltare, o ascoltare per la prima volta il podcast della puntata.

Ciao Alex come va? Innanzitutto complimenti! Sai, negli anni 90 c’era un gruppo rap, i “Poeti onirici” e questo tuo disco me li ricorda molto. Non so se li conosci. Erano gli unici rapper a trattare temi esoterici più che temi sociali. Questo tuo album me li riporta alla mente.   Anche Rancore si discosta abbastanza dal cliché del testo rap e riesce a trasportare in rima e metrica dei testi poetici che richiamano alle favole epiche.   Mi ricordo ancora quando mi hai detto che volevi iniziare a produrre basi traendo ispirazione dal post – rock…. ecco io sento un po’ tutto questo, un po’ tutto quello che sei tu come persona e come percorso artistico e le scelte musicali con cui sei cresciuto finora. Da dove parte sto disco?  

Alex Wide: Ciao Johnny, ti ringrazio per l’invito, con questo disco ho esorcizzato parte di me stesso. Posso dire di star bene, ma si sa che ogni artista, a modo suo, rimane un apologeta del dolore. Ho sempre cercato di stenografare momenti per me importanti, sia nella musica che nella scrittura in generale, (risultando a volte anche labirintico e tortuoso). Musicalmente non ho mai avuto un preciso modello ispirativo, ti potrei citare vecchi cantautori ma anche odierni gruppi sconosciuti, cerco di non etichettare e carpire il più possibile dappertutto, ogni canzone ha un proprio mondo e una propria fisica, che può piacere o meno, e il tutto succede in modo molto serendipico.     

Cominciamo da “In ogni atomo”… parli a chi è sulla scena musicale di oggi rivendicando una differenza “io non ho una gang di warriors, di trappari, giro con il mio grimorio di fantasmi, mi hanno sempre dato un senso ad ogni verso, sono la mia mente e inconsciamente non li sento” e qui c’è tutta la lucidità di autoanalisi che supera perfino la più scientifica trattazione psicoanalitica.   Che cosa ne pensi della realtà musicale oggi?  

Alex Wide: L’evoluzione è insita in tutto, non si può evitare. Quei versi, anche se a una prima lettura possono risultare avere un’accezione negativa, in realtà erano riferiti proprio al non fermarsi sul dettare una tassonomia musicale (anche se a volte risulta inevitabile). Viviamo una realtà ormai fin troppo veloce e districarcisi in mezzo è diventata un’impresa. Molti artisti oggi spesso si ritrovano a dare alla luce progetti che hanno poche intenzioni e poca profondità, il cui riscontro però ottiene molto rendimento di pubblico. É un meccanismo abbastanza spiacevole, ma alla fine si trova sempre anche la mosca bianca se la si cerca…     

Questo album ha come protagonisti i fantasmi, i fantasmi che sono la mente inconscia quando non li ascoltiamo, ma poi hanno un’anima, quindi vivono di vita propria e nel pezzo che da’ il titolo al disco si sente tutto lo strazio di quest’anima di un fantasma che soffre e prova dolore “si strappano la pelle che gli manca”. E’ sicuramente un album molto intimo ma anche un’intimità condivisa che forse riusciamo a cogliere ognuno dentro di noi. Le parole, gli effetti sonori e vocali e il beat sono talmente eloquenti che ogni domanda sarebbe superflua. Ti va di raccontarci qualcosa di più?  

Alex Wide: Devo dire che il tutto è nato in un paio di stagioni. Ho parlato del concept in modo sinottico al mio amico Marco Balbo (produttore del disco), si è subito agganciato alla perfezione a ciò che avevo in mente, riuscendo a spaziare poliedricamente nei diversi sound. Avevo già in mente anche i featuring con Lux e Julie nello scheletro dell’idea, (anche loro, come Marco, sono miei compagni di vita). Ho cercato principalmente di mettere a fuoco le difficoltà nella sfera emozionale, i cui tratti vengono paragonati a quelli di un fantasma, “immaginificando” la distanza di una realtà extrasensoriale ad un livello molto più reale.  

Bellissimo il duetto in “Unmei no akai ito”… come è nata l’idea di questo brano? Julie Charles incarna perfettamente nel pezzo la tua anima gemella secondo la tradizione popolare di cui parla il pezzo (eheh, mi sono documentato XD)  

Alex Wide: Avevo scritto una strofa spoken word su una canzone di Einaudi, ho pensato che forse avrebbe funzionato metterla nel disco. Marco ha scritto quel tappeto musicale e si è incastrato alla perfezione, se non meglio. In questo brano in verità io rappresento proprio il “Fil rouge”, e Julie è la controparte che oltre ad aver aggiunto quel tocco delicato, personifica la realtà, collegata in modo astratto con Lux. Nel disco abbiamo sparso tanti easter egg, tra cui è questo: nel verso di Julie, puoi sentire in sottofondo i respiri di Lux, ovvero il fantasma legato indissolubilmente a lei.

Wow!!! Ok grazie Alex abbiamo finito. Complimenti davvero, un lavoro che merita grandi attenzioni e condivisioni.

Alex Wide: Grazie a te Johnny e a Radio Antidoto per questo spazio e questa attenzione a questo progetto.

PODCAST DELLA PUNTATA TRASMESSA SU RADIO ANTIDOTO:

INDIE SPACE presenta Alex Wide – ANCHE I FANTASMI HANNO UN’ANIMA

Tra poveri diavoli, rabbini e diavolesse: viaggio esoterico nell’ebraismo dell’Europa orientale.

di Emanuela Miconi con Cristina Vignone

Al bando, definitivamente e una volta per tutte, quella ben nota “obiettività scientifica” altrimenti detta NOIA!!! Ne ho e, soprattutto, ne avrete abbastanza di seriose presentazioni, di vecchie prof ligie a desueti dettami pedagogici, di docenti boriosi e delle loro didattiche introduzioni e compassate citazioni. Da questo momento nuova musica per tutti gli Antidotisti (e non) e anche un pizzico di follia narrativa che, a mio avviso, ben si addice a chi, dagli amici rom, veniva chiamata “dili”, pazzeriella. Vorrei che adesso i miei post divenissero mappe, suggerimenti di strade da percorrere, invenzioni di mete da raggiungere, ma anche inviti alla danza, melodie da cantare, semi dalla mia terra lanciati al vento, da raccogliere e trapiantare nella vostra.

Detto questo, seguitemi!

In punta di piedi entriamo nell’universo della cultura ebraica; potrei condurvi subito laddove furono i ghetti, nelle grandi città d’Europa: Rue des Rosiers, da cui proviene la Menorah che tengo in casa e il Magen David (la stella di Davide) che talvolta porto al collo, Whitechapel da dove Dickens alimentò la propria energia creativa e trasse i più loschi personaggi dei suoi sinfonici romanzi, Cannaregio delle cinque Schole e delle interminabili notti di Corto Maltese e quella Via del Campo, dove ancora si canta di una “bambina dagli occhi grandi color di foglia”. Oggi noi conserviamo, di quei luoghi, solo i nomi e l’immagine, ormai un po’ retrò, di un mito. Poco meno di qualche secolo fa, già più nulla avremmo trovato di questi ebrei, romantici outsiders; da tempo si era già compiuta la loro assimilazione all’Occidente: era la cosiddetta Haskalà, la trasformazione, deliberatamente attuata nel corso del Secolo dei Lumi, che aveva relegato la poliedrica vita ebraica nell’ambito di una esclusiva pratica famigliare, confinata all’interno delle mura domestiche e ignorata nel contesto sociale di appartenenza. Nessun ebreo in caffettano e ricciolini, nessuna masnada di ragazzini vocianti cantilenanti i versi del Talmud, nessuna donna dall’ampia gonna e la cuffia bianca al forno delle azzime, avreste potuto incontrare per lo Shabbath nelle già allora affollate e concitate città europee. Potevate incappare invece in belle, eleganti e ricche signore, contornate da pargoli educati e severe bambinaie, mogli e figlie di altrettanto ricchi commercianti di stoffe, banchieri, giuristi, medici affermati e tutta quella genia di azzimati e tristi uomini d’affari “dalle tempie grigie”- la definizione non è mia (non sarei capace di tanto….) ma ci voleva quel genio di Thomas Mann – immalinconiti, forse perché non del tutto ignari del prezzo pagato, troppo alto, in termini di perdita di radici, tradizione, identità, al mondo dei Goym (i non ebrei). Immagino allora qualcuno di loro, magari quelli più avanti negli anni, avere reminiscenze e nostalgia di un altro mondo, quello dei loro padri, antico e perduto, dove “l’ingarbugliata vita ebraica” poteva ancora germogliare libera in ogni dove, nelle sue infinite miserie così come nelle sue evanescenti ricchezze.

Seguitemi ancora, solo un po’ di pazienza: con un balzo nel tempo e nello spazio, simili a Margherita, la fantastica compagna del Maestro, voliamo a Est, verso le immense e gelide lande desolate, sepolte nella neve e riecheggianti dell’ululato dei lupi.  Arriveremo a Tishevitz, a Frampol, a Kreshev, le piccole Shtetl sperdute nella pianura dove nell’aria resa immobile dal freddo glaciale sentiremo risuonare ancora le minuscole sinagoghe dei loro canti e i bambini salmodiare la Torah nelle stanzette disadorne della Yeshivà, la onnipresente piccola scuola del villaggio. Occhi occidentali vi hanno visto solo miseria e degrado, ma di quel microcosmo scomparso, distrutto dagli uomini del XX secolo, impazziti di furia omicida, Isaac Bashevish Singer, per nostra fortuna, ne ha conservato memoria nella lingua e nelle innumerevoli storie, quelle dei suoi racconti: pagine da leggere a casa, nelle sere d’inverno, quando il gelo e il silenzio sono tali da consentirci di ascoltare il canto della neve che, sfiorando i vetri, fluttua lenta nel buio.

Venite, addentriamoci piano in questo mondo dove la realtà del quotidiano non si disgiunge dal soprannaturale, dove spiritelli dalle corna molli e braccia di liquirizia vi aiuteranno in cucina, dove le anime dei defunti vengono a dormire nella stanza accanto per tenervi compagnia nelle notti di bufera, dove i demoni hanno partita persa contro rabbini intelligenti e il diavolo, per vendicarsi, cercherà di allettarvi con feste e grandi balli in cui potreste perdere voi stessi, dove i libri sono magici e dove si dorme con una scodella sul comodino per acchiappare lei………Lilith, la Regina di Sitra Akhra, l’altra parte.

Coraggio…..puntate e avviate l’audio del file.

Mazal Tov, Buon Destino

Alla prossima, Manu

Musica.

KlezRoym – Yankele nel Ghetto ; KlezRoym – Oyfn Pripetshik; KlezRoym – Fel Shara; KlezRoym Ershter Vals