Zingarofilia.

Prima puntata. Di Emanuela Miconi.

Da tempi immemorabili gli zingari calcano le strade del mondo, migrano come uccelli di passo da un luogo all’altro, sostano e ripartono, spesso allontanati, scacciati, perseguitati o semplicemente mal tollerati da chi zingaro non è, e mai, per nulla al mondo, vorrebbe esserlo. Immagine di un’alterità irriducibile, di loro ben poco conosciamo, al punto che anche il nome che attribuiamo al loro popolo, i Rom, per essi non riveste significato alcuno, se non quello generico riferito al sostantivo maschile “uomo”.

Di origini incerte, provenienti da un non-luogo misterioso, collocato in un esotico quanto più indefinito Oriente, poco propensi a compromessi culturali e, tanto meno, ad auspicate integrazioni sociali, i Rom oggi vivono ai margini delle nostre metropoli: un “popolo-resistenza” confinato nel degrado e nelle peggiori brutture di una civiltà sempre più determinata a emarginare, se non annientare, chi non si adegua a modelli e a parametri ritenuti univocamente “migliori”. Sporchi, brutti e cattivi, gli zingari, con la loro sola presenza, minano le sicurezze acquisite dai Gagè ( i non-zingari, in lingua romanès), rifiutano ogni prospettiva di omologazione a canoni esistenziali ritenuti poco consoni al proprio stile di vita, caparbiamente rivendicato e difeso. Per parte nostra, noi Gagè, opponiamo loro uno strenuo rifiuto e loro, alla stessa stregua, ci ripagano di una analoga moneta, offendendo in tal modo la nostra arroganza di civilizzatori del mondo.
Agli occhi dei più, irriducibilmente ladri, bugiardi, malavitosi, talvolta violenti, gli zingari popolano gli incubi dei buoni borghesi e al contempo ne alimentano i sogni di libertà e sensuale felicità. Di questo è testimone la grande letteratura, proprio perché sorta a contrastare quel mondo quotidiano che “ci affligge e ci affatica, e quel che è peggio ci annoia”, arte predisposta a creare “per noi mondi e oggetti diversi” e a rendere possibile a ciascuno, per un solo fugace, brevissimo istante,di “obliare la vita che fugge affannosa” (U. Foscolo) Carmen è magra, un tratto di bistro / cerchia il suo occhio di gitana. / Sono neri e sinistri i suoi capelli, / la pelle è il diavolo che l’ha conciata. // Le donne dicono che è orrenda, / ma tutti gli uomini ne sono pazzi: /e l’arcivescovo di Toledo / canta messa alle sue ginocchia (…) Così questa moretta / Vince le bellezze più altere,/ e la luce cocente dei suoi occhi / riaccende nei sazi la fiamma: // nel suo orrore piccante c’è un grano / di quel sale marino / da cui emerse nuda e provocante / da abissi amari l’acre Venere. (P.de Merimé)
Solo ad un poeta è consentito di trasfigurare le innumerevoli e anonime creature «magre et nigre» che hanno affollato le cronache del passato, le tante miserabili chiromanti, straccione e vagabonde per le strade dell’Europa moderna, in una figura di erotismo e sensualità che conserva nel suo intimo il richiamo alla più bella delle dee e consente anche al più reietto degli uomini di porsi a «passeggiare sovra le stelle» (U. Foscolo)
Chi non conosce Carmen? La dolce, sensuale e violenta creatura che giurando odio e amore in punto di morte al suo Don Josè, ricorda di essere per sempre la sua romnì, la zingara che suscita in noi, nella grandiosa
finzione della poesia, il moto di compassione e di umana pietà che in pochi, saremmo disposti a tributare anche a quella sua “profetica tribù dalle pupille ardenti” (CH. Baudelaire), di cui nulla ancora oggi sappiamo.

Con Manu ci conosciamo, siamo amiche, fin dalla nascita; lunghi pomeriggi a giocare e quante volte pranzo e cena insieme, ricordo ancora il profumo della fettina al burro che ci preparava sua nonna. Da bambine, in prima elementare, abbiamo partecipato ad un concorso in maschera, lei con costume ungherese ed io con l’abito tradizionale della cultura giapponese, un kimono con grandi fiori gialli su sfondo nero, che la mia mamma, sarta, mi aveva confezionato. Insieme abbiamo vissuto l’emozione del primo volo aereo da Genova a Roma. Abbiamo frequentato la stessa classe alle elementari, alle medie e anche alle superiori. Poi Manu si è iscritta a Lingue ed io ad Architettura e abbiamo condiviso la stessa casa a Genova, per due anni. Dopo l’università ci siamo viste nei momenti importanti, qualcuno molto doloroso, ma frequentate di rado. Il nostro legame è forte e malgrado i percorsi differenti condividiamo gli stessi valori. Ieri, domenica, ci siamo incontrate fino dal mattino a casa sua, ai Mazzocchi e dopo una tazza di caffè nero e una fetta di crostata, Manu ha raccontato in diretta Radio Antidoto come è nata la sua passione per gli zingari. Poi ci siamo dedicate, insieme a suo marito Marco, e in compagnia di Nina e Zoe, a mangiare e bere vino; ci siamo fatti un bel po’ di risate, c’è stato qualche momento di commozione e godendo il presente abbiamo ricordato il passato e riflettuto sul futuro. Senza che ce ne accorgessimo si è fatto molto tardi ed era notte quando ho fatto ritorno a casa colma di gioia.

Qui trovate la registrazione della prima puntata dedicata agli zingari. L’appuntamento è per domenica prossima con un altro racconto.

Emanuela Miconi laureatasi in Lingue e Letterature straniere all’università di Genova, è stata per quasi trent’anni insegnante in scuole di vario ordine e grado e nel 2006 ha ottenuto una seconda laurea in Filosofia. Entrata in contatto, per ragioni personali, con alcune famiglie Rom stanziate nella Francia meridionale, ha iniziato ad interessarsi alla cultura gitana, fino a farne l’argomento di un dottorato di ricerca in Letterature comparate, conseguito nel 2010 con una tesi dal titolo “Zingara strìa, zingara giudìa. Figure di alterità e marginalità, fra letteratura e storia, nell’Europa moderna”.
Come docente ha partecipato, negli anni 90, ad un progetto di
scolarizzazione di bambini Rom profughi dalla Ex Jugoslavia: ben poco,
rispetto alle aspettative didattiche, ha realizzato con i piccoli allievi
ma, in compenso, ha raggiunto lei stessa, con sua grande gioia, un discreto
livello di “romizzazione”, fatto che le ha consentito di meglio comprendere,
dall’interno, il mondo zingaro.
Ama visceralmente le lingue straniere e vorrebbe avere a disposizione
innumerevoli vite, disponibile anche al patto diabolico, pur di apprenderle
tutte, incluse quelle estinte!
Non in ultimo, appassionata di letteratura, filosofia, mistica ed esoterismo
continua, quando le è possibile, a leggere, studiare e scrivere, riempiendo
di sogni i suoi cassetti.
Vive attualmente con il marito e due cani tra la Liguria e le Alpi franco-piemontesi. Da tempo non frequenta più i campi rom (e li guarda da
lontano con un po’ di nostalgia) ma quando incontra gli amici li saluta
dicendo Mishtò e si accommiata da loro mai dimenticando di augurare a
ciascuno, dal più profondo del cuore, Taves Baxtalè.

* Mishtò e Taves Baxtalè sono i due saluti più usuali in lingua romanes,
parlata dagli zingari di tutto il mondo, rispettivamente traducibili il
primo con il nostro “ciao” e il secondo letteralmente con “Buon destino”.

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