Rigonia #7 Sogno On the Road

Rigonia sogna: Sulla strada

1

Mi ero svegliato sul sedile posteriore della Hudson con la quale stavano tornando di buona lena verso nord. Stavo tornando da te dopo un tentativo abbastanza fallimentare di scrivere il romanzo che mi avrebbe fatto fare il botto. Io, Jack e Allen eravamo andati giù in California, in un posto chiamato Tetapipas, perché Allen conosceva un tizio che si chiamava William e lì, diceva, c’era l’ambiente ideale per starsene tranquilli e non fare niente, e passare intere giornate a scrivere e pensare. E invece è andato tutto a puttane per le troppe tequila e per certe amiche che William conosceva mezze indio e mezze nostrane che continuavamo a venire a far visita, per non parlare di certe fughe da certi pub sperduti nel deserto dove bastava una parola di troppo e si passava subito alle mani. Di quel famoso romanzo di cui ti parlavo da tempo non era stata prodotta nemmeno una riga. Lungo la strada facevamo del nostro meglio per conservare quei quattro spiccioli con cui ce ne tornavamo a casa per dimenticare. Ero arrivato a un certo punto a supplicare Allen di tornarcene a casa.

Fighissimo, il confine, per loro che in fondo erano scesi semplicemente per cambiare aria, perché per Jack 33 gradi erano la temperatura ideale e clima secco tutto il giorno. Allen invece vai a capire cosa voleva veramente. Forse trovare donne facili con cui andare a letto o forse approfondire la sua conoscenza puramente teorica delle droghe con delle rigorose e sistematiche prove sul campo. Tornava a caso sicuramente con una conoscenza molto più approfondita ma anche con una percezione della realtà non sempre allineata. Lui la chiamava “illuminazione”, e certo gli andava riconosciuto che adesso sfoderava sempre una calma esemplare e parole di conforto per tutti – ma ha pagato il prezzo di questa elevazione spirituale con una pessima mira davanti alla tazza del cesso e una tendenza un po’ troppo spiccata a parlare ad alta voce durante il sonno. Tenuto conto che spesso ci fermavamo a dormire in macchina questa sua piccola idiosincrasia non ci risultava particolarmente gradita.

2

Durante il viaggio contavamo i soldi che ci rimanevano con un po’ di apprensione, perché la benzina toccava farla e serviva mettere qualcosa sotto i denti. Di tanto in tanto ci ficcavamo una confezione di sandwich sotto la camicia mentre uno di noi aspettava fuori dal negozio col motore acceso. All’inizio eravamo facilmente identificabile e andava sempre a finire che nel dubbio si scappava a gambe levate. Una volta uno sbirro al distributore ha avuto voglia di rincorrerci, raggiungerci, farci accostare, perquisirci, recuperare il maltolto e piantare lì per lì una ramanzina per far vedere che lui era il più duro. Allen aveva gli occhi di fuoco come se di punto in bianco fosse finito l’effetto della droga, e mentre il poliziotto la tirava per le lunghe passando dall’uno all’altro spiegandoci quanto fosse preziosa la nostra gioventù e quanto fosse sprecata dietro a furtarelli e giornate trascorse a bighellonare, noi controllavamo con lo sguardo supplicante che il nostro amico santone non decidesse di sbottare all’improvviso, complicando enormemente la nostra situazione. Lo sbirro ha finito il suo discorso mettendo la mano sulla spalla di Jack e dicendogli: «In fondo si vede che siete bravi ragazzi», e come un vero eroe di questa Gloriosa Nazione, si è ricacciato il casco in testa, ha dato una secca e decisa spinta alla pedivella, e con un unico, fluido ed elegante movimento si è rimesso a sedere sul suo ruggente e fumante cocchio di metallo. Giusto il tempo di partire che Allen, a pieni polmoni, in uno slancio di furente odio gli ha urlato «Fascista!» e noi non abbiamo potuto far altro che cacciarlo in macchina senza guardarci alle spalle e ripartire a tutta velocità. Evidentemente anche il nostro amico santone percepiva che, man mano che ci allontanavamo dalla terra del suo amato peyote, ci avvicinavamo alle nevi del Minnesota, e il suo umore cambiava progressivamente.

Uomo d’altri tempi, Allen, persona colta e perennemente insoddisfatta. Una tacca sopra me e Jack. Se a Jack gli davi da bere, lui non ti dava più fastidio e trovava questa sua dimensione di misteriosa introspezione. A me bastava mettermi attorno due o tre persone e potevo lanciarmi in lunghissime conversazioni sul nulla assoluto. Allen era anche un grande conversatore ma non amava i gruppi di persone: preferiva andarsi a cercare qualcuno di strano forte, magari sbronzo marcio o con l’aria di stare davvero male, e lo perdevi di vista. Era consuetudine vederlo sparire a un certo punto della serata, e a rivederlo il giorno seguente. Delle sue conversazioni notturne non diceva mai niente. Come se non fossero esistite.

3

Un giorno Jack, che era il guidatore principale (visto che l’auto era sua) si era fermato a fare benzina, e noi ne avevamo approfittato per ficcarci dentro allo spaccio e vedere se riusciamo a fregarci qualcosa. Era uno spaccio bello grosso e ci si poteva tranquillamente imboscare la roba senza essere visti. Era comunque nostra consuetudine comprare qualcosa, uno snack, una Coca, una cosa da poco. Vedo che Allen si sta intrattenendo con uno strano tipo. Portava un cappello da cowboy da cui sbucavano lunghi capelli neri, molto lisci, dall’aria molto curata. Non sembrava un uomo delle praterie, tutt’altro. Emanava un’aura di autorità, di fascino e di mistero. Allen evidentemente non la percepiva, perché si parlavano come se avessero fatto le scuole insieme. Mentre li osservo, quel tizio si accorge di me, e con uno strano sorriso suadente mi fa un cenno con la testa per salutarmi con cortesia. I suoi occhi sono di uno strano colore chiaro, una tinta che non avevo mai visto prima sulla faccia di una persona. Un brivido glaciale mi corre lungo la schiena. Il grosso vocione di Jack ci rincorre, mentre io cerco di divincolarmi dallo sdguardo di quel tizio, dandogli le spalle e avvicinandomi alla cassa, ma lo sento ancora puntato su di me, proprio in mezzo alle scapole. Jack, che ha la vista acuta, vede che lo stiamo perdendo dietro al solito matto, allora gli urla di sbrigarsi, e lo risveglia dalla sua trance. Pago il conto e faccio per uscire. Getto un ultimo sguardo verso l’interno, attratto dalla curiosità di rivedere quel personaggio così affascinante e fuori contesto. Ma non lo vedo più, è sparito. Forse si è chinato per prendere qualcosa in uno scaffale in basso. Chissà. Jack richiama, a quel punto, anche me.

Eravamo a metà strada, e io avevo smesso di pensarti per un po’, dopo essere partiti, ma di lì a un po’ avrei ricominciato. Non ti piaceva l’idea che ci separassimo e non piaceva neanche a me. Ma c’avevo dentro qualcosa che mi supplicava di partire. Mi parlava, in un punto un po’ nascosto e isolato della mente, e mi diceva che se l’avessi fatto sicuramente sarebbe accaduto qualcosa. Sarei stato in grado di fare qualcosa di eccezionale. Dopo circa tre mesi mi avevi trovato al telefono e mi avevi chiesto che fine avessi fatto. Lì, devo dire la verità, non avevo speso neanche un soldo. C’era sempre qualcuno che pagava, l’amico William in particolare, e me la stavo spassando davvero un sacco. Ma c’era una tizia che mi aveva messo gli occhi addosso e non mi lasciava solo un attimo. Mi faceva anche le scenate di gelosia. Avevo preso il suo ingresso nella vita come il chiaro segno che era arrivato il momento di andarsene. Riportavo la pila di fogli bianchi, che avevo portato con me, bianchi esattamente come quando erano partiti.

4

Jack, Allen e io eravamo amici di una vita. Il paese era piccolo e noi avevamo trascorso tutto il tempo della nostra infanzia e ancora dopo l’uno con l’altro. Jack era sempre stato il nostro capo. Innanzitutto, perché era più alto e più grosso. E poi era un duro. Non sorrideva mai. Ogni tanto rideva, ma sembrava più un colpo di tosse che una risata vera. Era un tipo tosto, ma un amico sincero. Se c’era aria di botte, lui era sempre in prima fila. Ci aveva difesi non so quante volte da gente più grossa di noi, anche di lui. Piaceva alle ragazze e lui le trattava male. Crescendo, era diventato anche discretamente bello. Aveva mani grandi e robuste, delle spalle larghe e un ciuffo ribelle che andava un po’ qua e un po’ là. Non ce n’era una che non gli cascava ai piedi. Lui le trattava tutte come scocciature. Quando eravamo arrivati all’età in cui si riusciva finalmente a procurarsi da bere, lui era diventato il numero uno anche in quello. Aveva una sua etica nel consumo di alcolico. Certo, si sbronzava, ma non sbracava mai. Non lo avresti visto cantare in compagnia, o sbraitare frasi a casaccio, o piangersi addosso. Sarebbe rimasto lì, lui, da solo, il bicchiere, in una specie di gara a chi cedeva prima. Naturalmente, cedeva prima lui. Quando si alzava dalla sedia, si muoveva come un grosso orso cattivo e narcotizzato. Barcollava con un grugno duro e andava dritto per la sua strada. Quelli erano i momenti in cui non si doveva proprio infastidirlo, perché lui passava direttamente alle mani.

Aveva un dolore dentro, Jack, che non si è mai capito. Era stato un bravo studente, proprio come me e Allen. Uno intelligente, uno capace. Un altro che scappava dalla provincia per cercare qualcosa di nuovo, qualcosa che gli restituisse un po’ di vita. Almeno, questa è l’idea che mi ero fatto, ma non ne ero sicuro. Mi era passato a prendere in macchina. «Partiamo», mi aveva detto, con quei suoi modi diretti, secchi, indiscutibili. E io gli avevo chiesto di Annie, la sua fidanzata storica. E lui aveva detto che era tutto ok, e basta. Annie era la persona più dolce e premurosa che avevo mai conosciuto. Una ragazza d’oro, una santa. Bellissima. Le erano ronzati attorno in molti ma lei non si era mai scomposta più di tanto. Ed è stata l’unica a cui lui abbia mai fatto la corte. Una corte breve, per la verità, ma serrata. Lei lo aveva messo alla prova, giusto un po’, giusto per essere sicura, ma in realtà già sapeva. Eravamo piccoli, all’epoca sembrava tutto un gioco. A loro due, no. Lei era diventata la custode del suo lato migliore, l’unica in grado di ammansirlo, l’unica in grado di rimetterlo nella giusta direzione, quando la sua rabbia sembrava diventare incontenibile. Io non mi sarei mai allontanato da una così.

Epilogo

Quando siamo arrivati nella nostra piccola cittadina, immersa nella neve, c’eri tu ad aspettarmi. Il cielo, come sempre, era un lago freddo e insofferente. Mi hai accolto con un lungo ed emozionante abbraccio, e con uno sguardo pieno di parole: di rimprovero, di nostalgia, di amore, di desiderio, di rabbia, di solitudine, di attesa, di noia, di apprensione, di sollievo, e di tante altre cose ancora. Allen tornava da sua madre con lo sguardo di un generale sconfitto e fatto prigioniero. A Jack aspettava la galera. Era successo tutto in una notte. Una di quelle in cui usciva senza i suoi amici, una di quelle in solitudine. Era andato in un bar fuori città, dove incontrava una donna. Una poco di buono, veramente, ma una come lui, con qualcosa di inscrutabile dentro, e modi aggressivi e infastiditi. La cosa andava avanti da un po’. All’inizio era un segreto, poi era diventato un mistero, poi una cosa nota, poi qualcosa di assodato e un po’ spiacevole. Annie non aveva mai fatto una piega ma, forse, la sera prima che partissimo aveva deciso che la cosa andava chiarita. E Jack, naturalmente, era tornato a casa ubriaco. E io immagino – perché lui non me l’ha mai raccontato; perché io, dopo che siamo tornati, non l’ho mai più visto e lui non si è fatto più sentire – che delle parole siano volate. Immagino che lui le abbia detto di stare attenta a quello che diceva. E lei, per una volta, forse non aveva voluto accettarlo. E forse lui avrebbe reagito come non era la prima volta che capitava. E, temo, che stavolta qualcosa sia andata diversamente. Un colpo più forte. Uno spigolo, forse. C’era la polizia ad aspettarlo. Tu non mi avresti più guardato con gli stessi occhi, per questo. Io non ne sapevo nulla, non ci potevo credere. Quelle notti, quando mi addormentavo, lo facevo profondamente come mai fino ad allora. E raggiungevo posti che non immaginavo esistessero. Posti che mi sembravano fuori dallo spazio e dal tempo…

About the author

Ho 37 anni, vivo a Torino. Sono stato speaker e autore presso Radio110, la webradio dell'Università di Torino. Ho esperienze come aiuto regia teatrale, regia audio, autore e speaker pubblico. Sono un cantautore con due LP all'attivo. Mi occupo anche di comunicazione sul web. Appassionato di pallacanestro, giochi in scatola e fumetti americani.

Il mio antidoto è la curiosità che mi tiene il cervello sempre a cento all'ora.

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