Tre donne. Federico Bonelli

Zingarofilia 4.

Identità e alterità. Carmen e la figura della zingara nella letteratura europea (prima parte).

Quarta puntata di Emanuela Miconi.

“Ogni venerdì arrivavano gli zingari (…) Vivevo in un terrore panico degli zingari (…) pensavo che rubassero i bambini ed ero convinto
che avessero messo gli occhi su di me. Ma nonostante questa tremenda paura, mai mi sarei lasciato sfuggire lo spettacolo della loro
visita, che era davvero splendido (…) Dalle spalle di molti pendevano dei sacchi e io, guardandoli, non riuscivo a fare a meno di
immaginare che contenessero i bambini rubati.”

Sono le parole del premio Nobel per la Letteratura, Elias Canetti che, meglio di altri, evidenziano, seppur attraverso gli occhi di un bambino, quella sorta di visione schizofrenica secondo la quale, nel corso di cinquecento anni di storia, le società maggioritarie hanno costruito e declinato lo stereotipo relativo agli zingari: stupore e meraviglia, da un lato; paura e diffidenza dall’altro.
In tal modo, proprio nel momento in cui le popolazioni rom venivano fatte oggetto delle più efferate persecuzioni, al contempo fungevano da modello per la costruzione, in ambito culturale, di zingari, e soprattutto zingare, “immaginate” e conformi a modelli completamente fittizi e in realtà inesistenti.
Figure di romnì cominciano a comparire nelle produzioni letterarie della Spagna del Siglo de oro, dando vita al topos della fanciulla rapita, ovvero la zingara che, non nata tale, lo è diventata nell’ambito di un processo culturale, conclusosi con la connotazione di un doppio status identitario.
Troviamo invece altre zingare, connesse maggiormente alla dimensione negativa dell’ambito sociale in cui si collocano le popolazioni romanì, “prodotte”, se così si può dire, nell’ambito di quella cultura popolare, dasempre immenso serbatoio delle tradizioni più arcaiche e radicate di ogni cultura.
In Italia centro meridionale assistiamo così alla comparsa dei Canti di maledizione degli zingari, in cui vengono riproposte le antiche leggende, per la maggior parte di provenienza balcanica, che vedono gli zingari come i fabbri artigiani, fornitori dei chiodi per la crocifissione di Cristo. Si staglia un po’ ovunque, sullo sfondo delle spettacolari processioni del venerdì santo, la figura della “zengara malacana” che insulta e tormenta la Vergine predicendole la morte del Figlio, contrapposta alla misericordiosa giovane zingarella o talvolta anche al piccolo “furgiariello” zingaro che invece promettono, pur non potendosi sottrarre alla maledizione gravante sul proprio popolo, di fornire “chiuovi piccul’ e suttuile ch’ nun hanna pircià ni n’ogna suia gentile” (chiodi piccoli e sottili che non dovranno bucare la carne neanche di un’unghia sua gentile).
Insieme alle “fanciulle rapite” delle originarie farças spagnole, i Canti rappresentano non solo una prima forma di cristianizzazione della figura della zingara, inserita nella liturgia dei rituali pasquali, ma anche una delle sue prime versioni letterarie e finzionali, sebbene ancora al livello di un contesto popolare afferente, per la maggior parte, alla cultura orale, in questo caso, del Meridione italiano.
Ogni società costruisce i propri “stranieri” e definisce come tale tutto ciò che non si adatta alle mappe cognitive, morali, estetiche del proprio mondo e, alla luce di questo mancato adeguamento, ogni società promuove una auto-rappresentazione andando a identificarsi con quanto la distingue dall’Altro-da-sé. La cultura, intesa come costruzione sociale, finalizzata ad agire sulla realtà sociale, contribuisce, a mio avviso, alla creazione di identità e “forme” di umanità tra loro diversificate.
Gli antropologi ravvedono, a movente di questo processo, la messa in atto di una vera e propria funzione antropopoietica, parolone derivato da quel verbo greco, poièin, che assume qui il duplice significato di “fare”, “modellare”, ciò che è già innatamente posseduto dall’uomo e, al contempo, di “costruire” ex novo quello che ancora non esiste, “inventare” un qualcosa che verrà in seguito assunto come realtà autonoma e indipendente.
In questo secondo processo è allora riscontrabile l’origine di quella serie di identità fittizie, nel nostro caso relative agli zingari, create e veicolate nell’ambito delle espressioni culturali, sulle quali viene a costruirsi l’immagine dell’Altro. In tal modo la diversità dello “straniero” è sublimata e “rielaborata” in una versione rassicurante, in quanto resa assimilabile, oppure definitivamente allontanata nel contesto della finzione culturale. Se la Storia ci consegna immagini dure, cruente a testimonianza di rapporti difficili, conflittuali, persecutori nei confronti dei “portatori di alterità”; di altro tenore è il compito della letteratura e dell’arte, così prolifiche nel produrre stereotipi funzionali al trattamento del diverso-da-sé. Ogni uomo è figlio del proprio tempo e, in questo senso, ogni forma d’arte non può che essere “realistica”, tuttavia solo alla finzione artistica è demandata la sublimazione di «quel mondo in cui viviamo (che) ci affatica, ci affligge equel che è peggio, ci annoia» e solo alla poesia può conferirsi la potenzialità di creare «per noi mondi ed oggetti diversi».
Bisognerà attendere l’800 per entrare, a pieno diritto, in quello che per la letteratura d’Europa è stato veramente il “secolo degli zingari” che con le sue eroine gitane – Carmen, Esmeralda, Azucena – ha popolato i sogni e acceso la fantasia di migliaia di lettori…….ma di questo parleremo la prossima volta!
Come sempre…….Taves Baxtalè a tutti!

Manu

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