Zingarofilia 3. La memoria.

Contaminazione e resilienza sono le parole chiave della puntata di domenica 15 novembre 2020.

Terza puntata. Di Emanuela Miconi

Lo sterminio dimenticato
“Kai jas ame, Romale?” (dove ci portano uomini?).
La domanda risuonava a mezza voce, saliva a galla dai pensieri taciuti, in mezzo a quegli uomini, che con le loro donne, i loro bambini e i loro vecchi venivano caricati come bestie sui vagoni dei treni destinati ad Auschwitz; “ tre o quattro carri di zingari per ogni convoglio di ebrei” secondo i dettami dell’efficientissimo Adolf Eichmann.
Nei campi di sterminio nazisti moriranno quasi undici milioni di persone, questa catastrofe passerà alla Storia e alla memoria dell’Occidente con il nome voluto dagli ebrei a ricordo perenne di quei sei milioni periti nelle camere a gas. Shoah significa distruzione, sciagura improvvisa, rovina, desolazione, luogo senza vita; denota un disastro di dimensioni cosmiche e include, nella sua area semantica, accezioni come buio, desolazione totale, vuoto assoluto, morte; un termine atto, quindi, a buona ragione, a rappresentare quel senso di non-vita e di anti-umano di cui si è
connotata la furia nazista.
I Rom chiameranno la loro tragedia, annegata per decenni nel mare magnum del silenzio colpevole dell’Occidente, Baro Porrajmos, il grande divoramento; se Shoah allude a una catastrofe immane, senza precedenti, il Porrajmos degli zingari ci trasmette la violenza con cui la strage fu perpetrata; divorare non significa solo inghiottire e far scomparire
nel nulla tutto ciò che poco prima era presente e vitale ai nostri occhi ma porta con sé il senso della distruzione e dell’annientamento riscontrabile solo nella belva feroce che si avventa sulla propria vittima.
Nella cultura rom, dei morti non si parla e, a maggior ragione quindi, quei cinquecentomila non possono che apparirci straziati e “divorati” dalla lucida furia omicida con cui è stata pianificata e messa in atto, nei suoi minimi e folli particolari, la “soluzione finale” che, ancora una volta, ha visto zingari ed ebrei, i”popoli senza stato”, annientati in nome di una codificata devianza genetica.
Gli zingari, troppo “ariani” per la loro provenienza geografica, a movente della persecuzione si è identificato in loro il presunto gene del Wandertrieb, l’istinto al nomadismo: teorizzazione quindi di una presunta degenerazione razziale, tesa a fornire il movente e la giustificazione di una repressione e del conseguente progetto di eliminazione.
Dapprima costretti a diversificate forme di ghettizzazione sociale e studiati e indagati come animali da laboratorio dai solerti scienziati del Reich, poi concentrati in campi di transito come quello solo oggi indicato da un monumento e una lapide nella turistica Camargue nei pressi di Salier, in seguito i rom vennero deportati in massa nei campi di sterminio
nazisti.
La conferenza di Wannsee nel Gennaio 1942, aveva sancito anche per loro, come per gli ebrei, la Endlὃsung, la “soluzione finale”, allo scopo di rendere la nazione tedesca definitivamente Juden (e Zigeuner) rein, “ripulita” dalla
presenza ebraica e bonificata dalla “piaga zingara”.
Dei 23.000 rom di Auschwitz, all’ultimo appello, risposero in……quattro! Si era a pochi giorni dalla liberazione del campo ad opera delle truppe sovietiche, quel 27 Gennaio 1945, data poi prescelta dal governo italiano nell’istituzione di un Giorno della memoria.
Anche gli zingari, insieme a milioni di altri esseri umani, si mutarono nelle Rauchseelen (le anime di fumo) levatesi dai camini di Auschwitz e disperse nel vento, ma di loro nessuna traccia pare esser rimasta: nessun oggetto ricorda la loro presenza nei Lager, nessuna memoria racconta del loro annientamento; solo grazie alla fortuita scoperta di un registro dello Zigeunerlager, sappiamo oggi della loro deportazione ma nessun testimone del popolo rom venne invitato al processo di Norimberga: si è dovuto attendere il 1994 per assistere, presso la sede dell’Holocaust Museum
di Washinghton, alla prima commemorazione delle vittime zingare del nazismo.
La notte tra il 3 e i 4 di agosto del 1944 viene ricordata come la Zigeunernacht: circa tremila rom presenti ad Auschwitz Birkenau vennero rastrellati e inviati, nel giro di poche ore, alle camere a gas del campo; eppure nemmeno in quell’occasione gli assassini riuscirono a piegare il piccolo popolo-resistenza, che fino alla fine lottò con forza per la
propria sopravvivenza, seppur nelle condizioni inumane del Lager.
Di quei loro morti nessuno più vorrà parlare: nella cultura rom ricordare i defunti equivale a ritardare, quando non impedire, il loro trapasso a una dimensione spirituale più elevata nelle gerarchie dell’Essere: è questa a mio avviso la testimonianza di una capacità di resilienza straordinaria che permette loro di non crogiolarsi nei rimpianti della memoria e del dolore, ma di consentire alla vita di continuare a fiorire e a rinascere dalla morte.
Ecco quanto di più importante i miei amici rom mi hanno insegnato: ho capito che la morte non è solo distacco, perdita e nostalgia ma soprattutto è metamorfosi e continuità: chi se ne è andato ci ha lasciato in eredità la sua
esistenza, una vita intera che siamo chiamati a vivere e ad amplificare nella nostra, destinata a sua volta a chi verrà dopo di noi.
In tal senso allora il fine del Giorno della Memoria potrà essere uno solo: fare nostra la morte di quei milioni di esseri annientati in uno dei momenti più oscuri e sconcertanti della nostra civiltà, arricchire della loro che è stata, la nostra esistenza che ancora sarà; affinché mai più, nel “mondo che verrà” (Olam Ba, lo chiamano gli ebrei), anche un solo singolo uomo, per la sua fede, il colore della sua pelle, le sue idee, la sua cultura possa essere ancora fatto oggetto di una “soluzione finale”.
Per questo, forse, ogni commemorazione funebre tra i Rom si conclude con le parole “Nais tu Devla”: grazie, Dio! Come Francesco: laudato sii, o mio Signore per nostra sora Morte…….nessuno di noi, in fondo, è così diverso e
lontano, ai quattro angoli di questo piccolo-grande mondo, dai suoi Fratelli…..come troppo spesso invece si vuol far credere!


Nais tu Devla,….. tanto tempo fa ormai, mi suggerì il testo di una canzone per Negrita, non se ne è fatto più nulla, volentieri lo regalo ai musicisti che mi leggeranno.


Nais tu Devla,
sulle navi negriere che portano gli africani di ieri nel mondo di oggi
Nais tu Devla,
sulle schiene curve nei campi del cotone
Nais tu Devla,
sull’Africa di domani e l’Occidente che sarà.
Grazie Dio,
per i Lager di tutti i tempi
in tutti i luoghi della Terra
per ebrei e zingari
oppositori e dissidenti
pazzi e omosessuali
comunisti, musulmani e partigiani
dissolti e cancellati
nel silenzio che non tace.
Grazie Dio,
per l’urlo di Hiroshima
per il cielo viola di Kabul e i suoi giocattoli di morte
per le milleduecento notti di Sarajevo e i fuochi delle sue finestre
per le donne di Bagdad, gli uomini di Israele e i bambini di Ramallah
per Elvira, per Mehmed e per Margota
nonostante tutto
Nais Tu Devla,
grazie Dio.

A tutti, dal più profondo del cuore, Taves Baxtalè.

Manu

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